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Dichiarazione sulla crisi afghano-pakistana


 In un comunicato stampa congiunto della Campagna per la Difesa dei Sindacati del Pakistan (PTUDC), dal Fronte Studentesco Rivoluzionario (RSF), dalla Federazione Nazionale degli Studenti del Jammu Kashmir (JKNSF) e dal Fronte Popolare Rivoluzionario (PRF), è stato affermato che l’escalation della disputa pakistano-afghana verso una guerra aperta sulla questione del terrorismo transfrontaliero costituisce a tutti gli effetti una tragedia. Ancora una volta saranno le masse povere su entrambi i lati della Linea Durand (1) – in particolare le popolazioni pashtun – a sopportare il peso di questo conflitto. Questa situazione non è maturata dall’oggi al domani: essa è piuttosto il risultato di politiche decennali perseguite dall’imperialismo statunitense, dalle monarchie del Golfo e dagli Stati regionali, incluso il Pakistan, politiche che hanno portato a questo punto critico.

Dall’inizio della “Jihad del dollaro” (2) per schiacciare la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (3) perseguendo la cosiddetta politica di “profondità strategica” (da parte dello stato pakistano), questi gruppi fondamentalisti armati (operanti in varie forme e sotto nomi diversi, incluse diverse fazioni dei talebani e dell’ISIS) sono stati patrocinati e utilizzati per procura da parte degli imperialisti. A tal proposito, è stata istituita una vasta rete di migliaia di madrasse (seminari religiosi) per il reclutamento e il finanziamento. Sono stati facilitati i cosiddetti gruppi fondamentalisti, politici o missionari “pacifici”, e con la collaborazione della CIA fu avviata l’impresa criminale di produzione e contrabbando di droga. Disoccupazione diffusa, povertà, alienazione di milioni di giovani, insieme all’offensiva di retoriche e di ideologie reazionarie, attraverso l’uso di istituzioni educative e media, crearono un ambiente favorevole a questo progetto imperialista. Questi sono i fatti storici amari che sono stati costantemente nascosti. Oggi, tuttavia, rappresentanti chiave degli USA e del Pakistan — inclusi coloro che hanno celebrato la ripresa del potere dei talebani a Kabul nell’agosto 2021 — sono ora costretti a riconoscerli.

Col tempo, tuttavia, tutto questo processo ha acquisito una logica relativamente autonoma. Questi gruppi jihadisti sono cresciuti non solo in numero ma anche in capacità militare e forza finanziaria, sfuggendo gradualmente al controllo dei loro ex patrocinatori. Con il coinvolgimento di nuove potenze imperialiste e subimperialiste, come Cina, India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, questa nuova era del “Grande gioco” è diventata ancora più complessa. Dopo due decenni di spargimenti di sangue in Afghanistan, l’imperialismo statunitense e i suoi alleati sono fuggiti da un giorno all’altro, lasciando dietro di sé grandi quantità di sistemi d’arma tra i più avanzati. Questo ha incoraggiato non solo i talebani ma anche altri gruppi fondamentalisti, concedendo loro maggiore autonomia e un ambiente operativo più favorevole. Dopo aver conquistato Kabul, i talebani hanno scatenato una brutale repressione contro il popolo afghano – in particolare le donne – e sono determinati a riportare l’Afghanistan all’età della pietra. Nel frattempo, gli attacchi terroristici in Pakistan da parte di gruppi affiliati come il TTP (i talebani pakistani, per lo più operanti dall’Afghanistan) si sono moltiplicati. In questi attacchi, non solo poliziotti e personale di sicurezza (la maggior parte dei quali proviene da famiglie operaie povere) ma anche civili comuni vengono uccisi in gran numero.

Non solo l’esperienza dell’ultimo decennio e mezzo, ma anche una comprensione appena sommaria della mentalità, dei metodi e delle fondamenta economiche di questi gruppi terroristici, rende chiaro che qualsiasi negoziazione o riconciliazione con loro è impossibile. L’insistenza sulle “negoziazioni” – fino a tempi recenti – da parte di alcune fazioni all’interno dello Stato e di forze filofondamentaliste, come Jamaat-e-Islami e Imran Khan, equivaleva a facilitare e incoraggiare questi gruppi. La confusione è stata diffusa deliberatamente nel nome dei colloqui e, insieme alla politica della distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi’, ha giocato un ruolo nel portare la situazione a questo punto. Come esito di queste esitazioni, ambiguità, e dell’approccio di limare parzialmente piuttosto che eliminare alla radice il problema, le operazioni militari non hanno prodotto risultati significativi, nonostante le pesanti perdite umane e materiali tra le popolazioni tribali e le forze di sicurezza. Anzi, la situazione è peggiorata. Tuttavia, contrariamente al pensiero ufficiale e alle illusioni liberali, vogliamo chiarire che questa questione non può essere risolta con mezzi puramente militari. Finché non si intraprenderà una massiccia lotta politica, sociale, economica e culturale – sostenuta dalle ampie masse della regione – non solo contro tali fanatici religiosi armati ma contro ogni forma di fondamentalismo, non sarà possibile una pace e una stabilità durature.

A questo proposito, chiediamo:

– L’abbandono della dottrina della “profondità strategica” e delle relative politiche di distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi”, dei gruppi agenti per procura o i cosiddetti “asset”.

– Fine del sostegno e di indirette agevolazioni a tali gruppi “jihadisti” non solo lungo il confine occidentale ma anche in Kashmir e in altre parti del paese e dei territori amministrati. Le loro reti di finanziamento – le cosiddette donazioni e associazioni benefiche, attività commerciali legali e illegali, rapimenti a scopo di estorsione, traffico di droga, omicidi su commissione – devono essere smantellate.

– Nelle aree colpite dal terrorismo, amministrazione locale, polizia e difesa devono essere organizzate tramite panchayat/jirga (sostanzialmente forme locali di consigli popolari) elette su base territoriale. Comitati armati di difesa sotto il controllo e la partecipazione di studenti, lavoratori e delle più ampie fasce popolari sono l’unico mezzo per affrontare e sconfiggere elementi perturbatori, fascisti e terroristici.

– La trasparenza nelle indagini sugli attentati transfrontalieri e sulle operazioni antiterrorismo interne deve essere garantita attraverso il coinvolgimento di rappresentanti popolari di base (e, quando necessario, di altre persone non colluse e affidabili). Le azioni extragiudiziarie e le sparizioni forzate devono cessare, e coloro che sono coinvolti nel terrorismo devono essere perseguiti attraverso i tribunali regolari. Rimuovere ritardi e ostacoli procedurali è responsabilità dello Stato.

– Siamo convinti che i talebani non abbiano nulla a che fare con la sicurezza e la sovranità dell’Afghanistan. Sono una forza fanatica, fascisteggiante e occupante, imposta al popolo afghano dall’imperialismo, e rappresentano la più grande minaccia all’integrità dell’Afghanistan. È quindi dovere di lavoratori, studenti e attivisti politici progressisti in tutto il Pakistan, incluso il Punjab, offrire solidarietà e sostegno politico alla lotta del popolo afghano contro questo mostro.

– Decine di migliaia di madrasse in tutto il paese sono diventate delle fabbriche di fondamentalismo, dove bambini indigenti provenienti da contesti poveri sono sottoposti alle peggiori forme di abuso e usati come materia prima per il terrorismo. Questa è una gigantesca tragedia umana che nasce sia dalle agevolazioni di Stato sia dall’abdicazione di responsabilità. Fintanto che queste istituzioni non sono nazionalizzate e integrate in un sistema educativo moderno, il fondamentalismo e la violenza ad esso associata non possono essere sradicati.

– Le condizioni sociali oggettive che sostengono il fanatismo religioso e il terrorismo – povertà, disoccupazione, disperazione e alienazione – devono essere affrontate. Ogni forma di capitalismo in Pakistan, incluso il modello neoliberista, ha fallito, portando a inflazione, difficoltà economiche e un accesso sempre più ristretto a un impiego dignitoso, all’istruzione e alla sanità. Queste condizioni spingono molti giovani verso droghe, criminalità, o tendenze fondamentaliste al fine di un sostegno sociale ed economico. Chiediamo l’abbandono delle politiche imperialiste neoliberiste basate su privatizzazioni, austerità, trappole del debito pubblico e leggi antioperaie. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di istruzione, sanità, abitazione e occupazione, come diritti umani fondamentali attraverso una pianificazione economica concreta.

– Tutte le organizzazioni politiche e non politiche, istituzioni e congregazioni, che promuovono direttamente o indirettamente l’estremismo religioso, il fanatismo e la violenza – e che spesso fungono da nido per gruppi terroristici armati – devono perdere il sostegno pubblico. I loro beni devono essere confiscati dallo Stato e i loro canali televisivi e i giornali correlati devono essere interdetti.

– Il materiale reazionario, dogmatico e non scientifico, va rimosso dai programmi educativi e dal sistema educativo, che deve essere allineato ai requisiti contemporanei.

– Invece di spendere enormi risorse in guerre e in operazioni militari, deve essere avviato un piano di sviluppo d’emergenza da cinque a dieci anni per le aree tribali (precedentemente FATA) (4) sotto la supervisione e il controllo di rappresentanti eletti localmente. Queste aree devono essere dotate di adeguati sistemi di approvvigionamento idrico e di drenaggio, ospedali e istituzioni educative moderne (incluse università), industrie e istituti di servizi adatti alle risorse e alle esigenze locali (dando priorità all’occupazione locale), trasporti pubblici accessibili e dignitosi e unità abitative. Coloro che si occupano della coltivazione e del commercio di droga devono essere forniti di mezzi di sussistenza alternativi. I piccoli agricoltori e le piccole imprese devono ricevere prestiti facilitati e senza interessi.

– L’interdizione dei sindacati studenteschi imposta durante la oscura dittatura di Zia-ul-Haq non solo ha facilitato le tendenze fondamentaliste, ma ha permesso anche la fioritura di tendenze fasciste e del culto della personalità, come quelle associate al PTI (5). La repressione dell’attività politica e della sindacalizzazione nelle istituzioni educative hanno gravemente danneggiato la coscienza degli studenti e portato a crisi ideologiche e culturali. Pertanto, il divieto dei sindacati studenteschi deve essere revocato nella pratica – e non solo retoricamente – per promuovere processi politici sani, valori democratici e dibattiti intellettuali.

– L’attuale clima di guerra e di operazioni militari ha alimentato pregiudizi linguistici reciproci e odio nazionale. Questo è profondamente preoccupante e deplorevole. L’ostilità reciproca tra gli oppressi avvantaggia sempre le classi sfruttatrici e dominanti, sia lo Stato pakistano che i talebani afghani. Nelle condizioni attuali, alcuni circoli nazionalisti e liberali pashtun, insieme a elementi reazionari come il PTI, sostengono i talebani solo per ostilità verso lo Stato pakistano o sulla base di uno sciovinismo nazionale. Questa è una posizione antipopolare, reazionaria e opportunistica. D’altra parte, non mancano i sciovinisti punjabi/pakistani che spargono veleno contro afghani o pashtun, una posizione altrettanto tossica e condannabile. Queste tendenze apparentemente opposte sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, che si rafforzano e si completano a vicenda. Ogni individuo cosciente deve opporsi a queste tendenze e combattere non gli oppressi di un’altra nazione ma il vero nemico in casa propria.

– Rifiutiamo tutte le forme di pregiudizio etnico, odio e ostilità nazionalista o statale tra i popoli di Afghanistan e Pakistan. Vogliamo anche chiarire che, nel caso in cui il regime talebano dovesse ipoteticamente cadere a seguito di un attacco esterno del Pakistan o di qualsiasi altra potenza, esso non sarebbe automaticamente sostituito da un governo sano, democratico e favorevole alle masse popolari. Come abbiamo già visto sotto la forma di un governo fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti, tali risultati non portano a un cambiamento reale. La crisi è diventata così grave che non può essere curata senza un intervento chirurgico rivoluzionario. Solo attraverso la solidarietà di classe tra gli oppressi e gli sfruttati di tutte le nazioni, e la lotta contro il sistema capitalista imperialista che genera guerre, terrorismo, povertà e fame, si può garantire una pace duratura, uno sviluppo e una prosperità di vasta portata.

Asian Marxist Review (The Struggle, LIS Pakistan)

Note del traduttore

(1) Linea Durand. Tipica creatura imperialistica, la “Linea” è nata da un accordo del 1893 tra l’emiro afghano Abdur Rahman e il diplomatico inglese Mortimer Durand (dopo i vani sforzi militari della Gran Bretagna di occupare il paese). È il confine che separa l’Afghanistan dal Pakistan. Oggetto di contesa annosa tra i due Stati a partire dagli anni ’30 del XX secolo. Subì varie ratifiche con i trattati del 1905, 1919 e 1921. Il Pakistan sostiene di aver acquisito la piena sovranità sulle aree e sul popolo a est della Linea Durand in quanto Stato successore dell’India britannica. La locale presenza militare USA svolge un ruolo di mediazione tra i governi di Islamabad e quello talebano sulle spalle dell’autodeterminazione del Pashtunistan.

(2) “Jihad del dollaro”, ovvero i massicci finanziamenti provenienti dagli USA e dall’Arabia Saudita, e transitati operativamente tramite i servizi di intelligence pakistani, per sostenere l’azione armata dei mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica e l’allora governo di Kabul del PDPA tra il 1979 e il 1992. I fondi hanno sostenuto la crescita delle madrasse nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, che sono diventate centri chiave di reclutamento e anche oggi svolgono un ruolo nell’attività terroristica islamista.

(3) La Rivoluzione di Saur (Rivoluzione d’aprile) è il colpo di stato avvenuto in Afghanistan il 27-28 aprile 1978 che ha portato al potere il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA).

(4) FATA, Federally Administered Tribal Areas. Aree tribali di amministrazione federale. Comprese tra il confine afghano e la Provincia della Frontiera Nord-Occidentale, riguardavano essenzialmente il territorio della popolazione pashtun. Le FATA sono state soppresse con l’emendamento alla Costituzione pakistana del 31 maggio 2018.

(5) PTI, Pakistan Tehreek-e-Insaf, Movimento per la Giustizia del Pakistan. Partito fondato nel 1996 dal miliardario filantropo Imran Kahn, già primo ministro tra l’agosto 2018 e l’aprile 2022 e arrestato in una vicenda legata a fondi ricevuti dagli Emirati Arabi Uniti. Il partito è radicato particolarmente nel Punjab, di cui Kahn fu anche governatore, ed è tra i principali attori politici del paese. Formazione borghese di orientamento islamista e populista, alle ultime elezioni per l’Assemblea Nazionale del febbraio 2024 si è confermato il primo partito.

La lezione di Kabul

 


16 Agosto 2021

Vent'anni di occupazione imperialista hanno spianato la strada ai tagliagole talebani


Vent'anni fa, dopo l'attentato terrorista alle Torri Gemelle, l'imperialismo USA lanciò la guerra contro l'Afghanistan, coalizzando attorno a sé un'ampia schiera di potenze alleate. L'imperialismo italiano fu subito della partita, come già nella prima guerra del Golfo e poi con l'intervento militare in Serbia.

Il governo reazionario dei talebani a Kabul fu accusato di complicità coi terroristi. Per questo l'imperialismo si arrogò il diritto di punirlo. L'aggressione all'Afghanistan fu motivata come battaglia di civiltà contro la barbarie. Il mezzo usato dalla “civiltà” fu il bombardamento a tappeto dei villaggi afghani, e l'inizio di un'occupazione militare che è durata vent'anni.

Il regime talebano fu rovesciato, e al suo posto venne instaurato prima il governo fantoccio di Hamid Karzai, poi dal 2009 il governo fantoccio di Ghani. Entrambi si sono appoggiati sulle forze di occupazione, e sui finanziamenti occidentali. Gli USA hanno speso per la missione afghana duemila miliardi di dollari, la Gran Bretagna 25 miliardi, l'Italia 8 miliardi. Tutti a carico dei contribuenti, prevalentemente dei salariati. A chi sollevava obiezioni veniva contrapposta la ragione morale superiore: “La battaglia per la democrazia e per l'umanità non ha prezzo”. Se non per chi muore sotto le bombe e chi le paga.

Ora, dopo vent'anni di “civiltà”, torna al potere la reazione talebana, col consenso di quei civilizzatori che l'avevano additata come ragione di guerra.
Il ritorno della reazione talebana a Kabul è stata pattuita tra imperialismo USA e capi talebani a Doha nel febbraio 2020. Biden ha gestito convintamente la scelta di Trump. L'imperialismo USA ha deciso che i costi della missione afghana erano troppo grandi rispetto ai vantaggi, sia dal punto di vista economico che sotto quello del consenso interno. Disfarsi della missione afghana è stata la promessa comune della campagna elettorale americana, una promessa che non si poteva tradire. Ma la... civiltà dove è finita? Prosegue indefessa in tante altre parti del mondo, ovunque esistono truppe di occupazione. In Afghanistan si è presa una vacanza.

I tagliagole di vent'anni fa tornano trionfanti a Kabul, per di più col passo di corsa e con tutti gli onori. La stessa stampa borghese che vent'anni fa aveva suonato la carica della “guerra giusta” non sa come presentare la fuga da Kabul di tutte le democrazie umanitarie. Sono forse cambiati i talebani? Non pare. Si è forse consolidata una democrazia in Afghanistan, fosse pure su basi borghesi, capace di reggere l'urto della reazione religiosa? L'evidenza ci dice l'opposto. E allora perché la fuga umiliante da Kabul della più grande potenza militare del mondo, di fronte agli studenti delle madrasse armati di kalashinkov e Corano? La risposta è nella montagna di menzogne delle guerre imperialiste, vomitata da tutti i partiti borghesi (e non solo) a tutte le latitudini del mondo.

La guerra di aggressione all'Afghanistan fu parte dell'escalation militarista dell'imperialismo americano dopo il crollo dell'URSS.
Caduto il contrappeso, per quanto distorto, all'imperialismo, gli USA inaugurarono un lungo corso politico guerrafondaio che unì la prima guerra del Golfo, la guerra alla Serbia, la guerra all'Afghanistan, la guerra all'Iraq. Dietro la cortina fumogena di motivazioni umanitarie e di falsi spudorati (le inesistenti armi nucleari in gestazione di Saddam), il corso guerrafondaio dei Clinton e dei Bush mirava ad affermare l'onnipotenza militare degli USA, consolidare l'egemonia americana sugli imperialismi europei, scoraggiando ogni loro ambizione di polo autonomo e concorrente, conquistare una nuova postazione strategica in Medio Oriente quale ponte sull'Asia, intimidire ogni possibile movimento antimperialista e anticoloniale nel mondo. Infine a ingrassare il portafoglio dell'industria militare, e rilanciare lo sciovinismo USA come strumento di raccolta di consenso in patria presso ampi settori di classe media. Fu insomma il tentativo su larga scala dell'imperialismo USA di liberarsi della sindrome del Vietnam, e di disegnare un nuovo ordine mondiale dettato dalla propria forza.

La disfatta in Iraq nel 2003 fu la tomba di quel disegno. Saddam Hussein fu rovesciato dalla soverchiante superiorità militare della coalizione imperialista internazionale, ma la distruzione dell'apparato statale iracheno, a base sunnita, senza soluzione di ricambio, finì col regalare l'Iraq all'influenza del regime sciita iraniano, grande avversario dello stato sionista e degli USA; mentre l'odio antiamericano in tanta parte delle masse arabe, unito alla crisi del vecchio nazionalismo arabo, diventò il brodo di coltura del panislamismo integralista più reazionario, nuovo fattore di destabilizzazione e di crisi del Medio Oriente. Era difficile immaginare un rovescio più clamoroso.

L'occupazione militare dell'Afghanistan non ha conosciuto sorte migliore. L'eredità di un corso politico rovinoso non poteva concludersi che con una nuova disfatta. Che è innanzitutto la disfatta della menzogna.
Per vent'anni si è presentata la missione afghana come missione di pace. La montagna di bombe scaricata sui civili, le stesse morti al fronte di 3500 militari occidentali, furono coperte dalle cartoline umanitarie che immortalavano la nascita di un ospedale o la costruzione di una scuola, con l'immancabile consegna di fiori ai militari da parte di civili plaudenti e riconoscenti: le classiche cartoline agiografiche del colonialismo di ogni tempo. La realtà era diversa. Era la realtà della guerra, una guerra durata vent'anni, con quasi centomila civili afghani morti sotto le bombe, e settantottomila militari afghani morti in combattimento o per attentati terroristici dei talebani.
I governi afghani di Karzai e Ghani sono apparsi per quello che erano: i garanti della continuità della guerra, i portavoce delle forze di occupazione, gli amministratori corrotti dei finanziamenti occidentali.

La costruzione di un apparato statale afghano sotto controllo imperialista si è rivelato un fallimento totale.
La centralizzazione amministrativa nella città di Kabul ha lasciato ai capi tribali il controllo di larga parte del territorio, in cambio di regalie e privilegi. Le forze di occupazione presidiavano le città, come forze di polizia, lasciando la grande campagna afghana (i tre quarti del territorio) ai notabili del luogo, ricoperti di doni e riconoscimenti. L'esercito afghano che formalmente dichiarava trecentomila unità era in larga parte una costruzione artificiale: composto da volontari improvvisati, disoccupati in cerca di lavoro, privi di ogni motivazione che non fosse quella di sopravvivere alla guerra, gonfiati nei numeri dai loro ufficiali per massimizzare i finanziamenti delle forze occupanti.
La resa dell'esercito afghano alle milizie talebane, e i numerosi passaggi di campo dei loro capi militari, pur di aver salva la pelle, è il portato inevitabile di tutto questo. La garanzia della capacità di resistenza dell'esercito afghano, fornita dagli USA, era una ipocrita fanfaronata per motivare il proprio ritiro.

L'imperialismo USA sapeva bene che il proprio ritiro avrebbe comportato il ritorno dei tagliagole talebani. Semmai si era illuso di poter negoziare il trapasso invece di subirlo in soli dieci giorni.
L'imperialismo inglese aveva proposto alle potenze alleate di restare in Afghanistan sotto il proprio comando, rimpiazzando gli USA, anche per lustrare il ritorno della potenza britannica dopo la Brexit. Ma Italia, Francia e Spagna hanno declinato, per evitare di farsi carico in proprio dei costi dell'occupazione e della guerra, largamente finanziata dagli USA. Di certo il frettoloso abbandono del campo da parte degli imperialisti a vantaggio dei talebani ha dimostrato alla stessa popolazione delle città che le ragioni degli occupanti non avevano nulla a che fare con quelle esibite (le ragioni delle donne, della democrazia, dei diritti). Gli imperialisti erano giunti per i propri interessi, e per i propri interessi se ne sono andati. La fuga di massa disperata di centinaia di migliaia di afghani dalle città ora occupate dai talebani è anche un atto di accusa contro il cinismo delle potenze imperialiste, reso ancor più odioso dalla politica dei rimpatri dei migranti afghani o dal blocco delle frontiere per chi fugge.

Il potere talebano che si sta insediando intende coltivare buone relazioni con l'imperialismo. Ha trattato con gli americani, tratta parallelamente con la Russia e soprattutto la Cina; sa di trovarsi in un crocevia di interessi strategici nel gioco delle grandi potenze e cerca di massimizzarne gli utili in tutte le direzioni. Del resto quali sono le condizioni che gli imperialisti hanno posto loro in cambio di riconoscimento? Gli USA hanno semplicemente chiesto di non attaccare l'ambasciata americana e le truppe che stanno rientrando. La Russia ha chiesto di non alimentare tensioni ai propri confini con le popolazioni di religione islamica. La Cina, assai interessata all'Afghanistan, come già al Pakistan, chiede di non occuparsi del Xinjiang e degli uiguri. I talebani hanno fornito a tutti garanzie a buon mercato. Che interesse avrebbero oggi a danneggiare il proprio trionfo?

Il nuovo potere colpirà invece le vittime designate. Innanzitutto le donne afghane. Del resto c'è forse una potenza imperialista che si è occupata di loro, che ha chiesto garanzie a loro difesa? Nessuna. Le uniche “beneficiarie” parziali e indirette della sconfitta dei talebani nel 2001 erano state le donne di Kabul e delle principali città, in particolare della classe media. Cioè quelle che hanno potuto studiare, iscriversi all'università, semplicemente lavorare, a differenza di larga parte della popolazione femminile della campagna profonda che ha continuato a subire le leggi immutate della sharia anche sotto l'occupazione occidentale. Ma ora? Ora la reazione talebana ha mano libera nei loro confronti, e già la sta esercitando in questi giorni nelle provincie occupate fuori Kabul. Donne allontanate dai propri uffici; donne nuovamente costrette al burka; donne tra i 15 e i 40 anni offerte in dono ai capi militari talebani come trofeo di guerra e gesto di pace. Lo stupro delle donne è il primo biglietto da visita del nuovo potere. Ed è solo l'inizio.
Peraltro non sono le donne le uniche vittime del nuovo Emirato afghano. Ad esempio il nuovo potere ha bloccato la vaccinazione anti-covid, che molto lentamente era iniziata. Il vaccino non è previsto dal Corano, la natura è una legge di Dio. Degli ammalati si occuperà Allah, non il vaccino. Tanti no vax di casa nostra hanno trovato finalmente un alleato contro la “dittatura sanitaria”. Si attendono le nuove leggi talebane contro la musica, i cinema, gli aquiloni.

La lezione di tutto questo è una sola: non sarà mai l'imperialismo a liberare un popolo, o anche solo a garantire la democrazia. Anche quando una potenza imperialista, per i propri interessi, rovescia occasionalmente un regime reazionario, si tratta di un breve episodio senza futuro. Prima o poi la reazione ritorna, a volte più forte di prima. La guerra imperialista è sempre portatrice di barbarie.

Vent'anni fa i marxisti rivoluzionari si opposero alla guerra imperialista contro l'Afghanistan, nonostante fosse controllato dai talebani. Ed anzi si batterono coerentemente con la parola d'ordine della sconfitta dell'imperialismo, del proprio imperialismo, in quella guerra, così come si erano battuti contro i bombardamenti su Belgrado (varati da D'Alema e votati da Rizzo), nonostante Milosevic, così come si batteranno contro la guerra imperialista all'Iraq, nonostante il regime dispotico di Saddam Hussein. La nostra parola d'ordine non fu “né con gli USA né con i talebani” o “né con gli USA né con Saddam Hussein” come faceva la direzione del Partito della Rifondazione Comunista e del movimento no global con una posizione equidistante classicamente pacifista. Noi difendemmo incondizionatamente l'Afghanistan, la Serbia, l'Iraq, indipendentemente da Mohammed Omar, da Milosevic, da Saddam Hussein.
Contro l'imperialismo ci si schiera sempre, sempre si rivendica la sua sconfitta. Al tempo stesso la difesa militare incondizionata di una nazione oppressa non ha mai significato appoggio politico a forze o regimi reazionari, come hanno fatto e fanno a più riprese alcune formazioni di estrazione stalinista. Semplicemente un conto è se quei regimi sono rovesciati dall'imperialismo, un conto è se sono rovesciati da una rivoluzione, cioè dalle masse che quei regimi opprimono.

Ora la lotta dei lavoratori, delle masse oppresse dell'Afghanistan, innanzitutto delle donne, non può che indirizzarsi contro il regime dei tagliagole talebani, cui l'imperialismo ancora una volta ha riaperto la strada. L'idea per cui quelle nazioni non sono adatte alla democrazia e al socialismo è un pregiudizio reazionario, smentito dalle sollevazioni delle masse arabe nell'ultimo decennio, smentito dalla stessa storia, poco conosciuta, dell'Afghanistan.
Nel 1978 la ribellione delle masse afghane, in particolare della gioventù e dei lavoratori pubblici, portò al potere il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), di natura nazionalstalinista. Nonostante la guerra per bande che attraversò la vita interna di quel partito – in cui ogni controversia veniva risolta con i plotoni di esecuzione – è indubbio che la fase che aprì fosse di natura progressista, segnata da importanti conquiste democratiche, seppur parziali, in particolare dei lavoratori e delle donne. Per anni il regime progressista fronteggiò la controrivoluzione feudal-integralista dei mujaheddin, finanziata dall'imperialismo. Prima con l'appoggio militare dell'Unione Sovietica, poi autonomamente, col sostegno della popolazione cittadina. Noi ci schierammo a difesa dell'Afghanistan e dell'URSS contro la reazione integralista e imperialista, ma al tempo stesso sottolineammo il limite profondo e decisivo di quella esperienza: aver contenuto il processo rivoluzionario entro i confini di un regime elitario, senza autorganizzazione democratica di massa, e a scapito di una vera riforma agraria. Solo un governo operaio e contadino avrebbe potuto portare sino in fondo le stesse realizzazioni democratiche saldandole con misure anticapitaliste e socialiste. Ma questa prospettiva richiedeva un'altra direzione e prospettiva, quella che l'Internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky aveva proposto nel 1920 al congresso di Baku dei popoli d'Oriente, e che poi lo stalinismo rimosse.

È la prospettiva strategica che l'Afghanistan ripropone obiettivamente oggi. L'intera esperienza dell'ultimo mezzo secolo di storia afghana dimostra che la liberazione sociale e democratica delle masse oppresse dell'Afghanistan è incompatibile con ogni illusione nell'imperialismo. Non passa né per l'aiuto americano né per quello dell'emergente imperialismo cinese. Passa per una prospettiva di sollevazione delle masse afghane e di rivoluzione socialista. Per la prospettiva di un governo operaio e contadino.




Sulla guerra in Afghanistan del 2001, leggi qui l'analisi e la posizione dell'Associazione marxista rivoluzionaria Proposta (predecessore del PCL) e del Movimento per la Rifondazione della Quarta Internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori