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Per una immediata mobilitazione davanti alle prefetture

 


La cancellazione via sms del reddito di cittadinanza va resa ingovernabile

31 Luglio 2023

Come Apple o Amazon cancellano posti di lavoro con un sms, così il governo Meloni cancella con un sms, via INPS, il reddito di sopravvivenza di 169000 disoccupati e indigenti. Che diverranno più di 600000 a regime. Una misura tanto più odiosa e provocatoria se combinata con nuovi regali agli evasori fiscali, l'estensione della precarizzazione del lavoro, il rifiuto di ogni forma di salario minimo, e la corsa incontrollata dei prezzi alimentari.

La cosiddetta destra sociale si rivela per quello che è: una carta di ricambio delle politiche capitaliste, al servizio degli interessi d'impresa e di un incremento dei tassi di sfruttamento.
Il fatto che la cancellazione del reddito sia comunicata ad agosto non è casuale, come ha candidamente ammesso un esponente del governo (Lupi): a settembre avremmo rischiato maggiori turbolenze sociali, ha dichiarato. Come dire che un furto ad agosto si spera resti impunito.

Le opposizioni borghesi liberali gridano ora allo scandalo, come la burocrazia sindacale. Ma la cancellazione del reddito di cittadinanza è annunciata da un anno, gli sms di oggi sono solo la traduzione esecutiva della misura presa. Durante l'intero anno il governo ha potuto godere della più grande pace sociale d'Europa. PD e M5S sono unicamente occupati a sgomitare tra loro per strapparsi voti alle prossime elezioni europee. Il loro messaggio è rivolto alla borghesia: la destra rischia una bomba sociale, vi conviene cambiare cavallo. Mentre la burocrazia sindacale, Landini in primis, ha mulinato solo una valanga di chiacchiere e qualche parata simbolica d'apparato senza nessuna reale iniziativa di lotta. Se oggi Meloni può permettersi gli sms cancella-reddito è anche grazie alla latitanza dell'opposizione.

È ora di voltare pagina. Bisogna organizzare innanzitutto una risposta radicale alla cancellazione del reddito. Non domani, ma ora. Organizzare e mobilitare i soggetti colpiti è la prima necessità, con l'assedio delle prefetture di tutta Italia, a partire dal Meridione. La misura va semplicemente revocata, non rinviata, come propone il M5S. Si può imporre la revoca solo ponendo un tema di ordine pubblico, solo mostrando con la mobilitazione l'ingovernabilità della misura presa.
Tutti i sindacati di classe debbono unire la propria azione su questo terreno. La CGIL ha la responsabilità di dimostrare coi fatti la propria forza di massa per contrastare realmente il governo, che è cosa diversa dal rilasciare interviste.

Ma soprattutto va preparata una grande mobilitazione in autunno, che unisca la classe operaia, i precari, i disoccupati. Landini ha annunciato una manifestazione in ottobre e, pare, uno sciopero generale a novembre. Altri sindacati di classe, in concorrenza tra loro e con la CGIL, hanno preannunciato altre date di “propri” scioperi. Rischia di riproporsi il balletto ordinario della frammentazione delle forze, tra chi cerca di salvarsi l'anima con uno sciopero simbolico una tantum senza continuità e prospettiva (la burocrazia CGIL) e chi custodisce la propria rendita di posizione a sinistra della CGIL con qualche sciopero di calendario disertato dalla massa dei lavoratori.

Così non va. È necessario e urgente un grande fronte unico di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio, grandi e piccole. È necessaria un'assemblea nazionale intercategoriale di delegati che vari una piattaforma di lotta unificante, per una grande vertenza generale contro governo e padronato. È necessaria una lotta vera, tanto radicale quanto lo sono governo e padroni. Lo sciopero generale dev'essere realmente tale, deve combinarsi con una svolta complessiva delle forme di lotta, deve darsi una continuità d'azione. Che è la condizione decisiva per strappare risultati, e ribaltare lo scenario politico.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato in ogni sindacato di classe nell'avanzare questa proposta di svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

I giovani e le pensioni

 


Le ragioni di uno sciopero generale, vero, unitario, di massa

Governo e Confindustria, col sostegno di tutta la stampa padronale, motivano il ritorno alla “normalità” della legge Fornero con l'interesse delle giovani generazioni. È lo schema collaudato degli ultimi quarant'anni: non potendo raccogliere il consenso sulla barbarie delle proprie misure antioperaie, le motivano con argomenti obliqui. È stato così per la soppressione della scala mobile nel 1992, per la riforma contributiva del sistema pensionistico nel 1995, per la legge Fornero nel 2011, per l'abolizione dell'articolo 18 nel 2014. Come anche per le privatizzazioni industriali e nei servizi. Da quarant'anni a questa parte tutto è stato fatto “per i giovani”. Ma in quarant'anni i giovani sono progressivamente invecchiati, nel mentre venivano spogliati, uno dopo l'altro, di tutti i diritti strappati dalle generazioni precedenti. E ora che sono invecchiati, vengono additati come privilegiati, in debito verso chi? Verso... “i giovani”, naturalmente. Così ricomincia la giostra.

È di nuovo il turno delle pensioni. Dopo l'elemosina di quota 100 – che non cancellava affatto la riforma Fornero – il governo annuncia il ritorno della legge a pieno regime. Ancora una finestrella per 10.000 lavoratori (la quota 102 per il 2022), poi tutti in pensione a 67 anni.
Ma il governo non aveva detto che «è l'ora di dare e non di togliere»? Certo, ma non aveva specificato a quale classe togliere e a quale classe dare. Ora è più chiaro, per chi non avesse capito o chi avesse fatto finta di non capire. Il governo toglie il diritto al riposo a chi ha lavorato quarant'anni, dopo una vita di sacrifici e rinunce. E dà il ricavato al pagamento del debito pubblico, quello che incassano (coi relativi interessi) le grandi banche e compagnie di assicurazione, italiane ed estere, che hanno investito in titoli di Stato. È lo stesso capitale finanziario con cui si indebita l'Unione Europea per finanziare il Recovery Fund. Fondi presi a prestito, a loro volta girati agli industriali e ai banchieri. Il parassitismo finanziario della società borghese è il sole attorno a cui girano i pianeti. Pensioni, sanità, scuola, diritti sono solo il bancomat dei parassiti.

I giovani sono le prime vittime di questa operazione fatta contro i loro padri e nonni. Con un sistema pensionistico contributivo, li attende una pensione da fame dopo una vita di lavoro sempre più precaria, grazie al dilagare dei contratti usa e getta di cui i padroni dispongono a propria scelta come in un supermercato; e sempre più lunga, perché i 67 anni slittano progressivamente verso l'alto col crescere della cosiddetta aspettativa di vita. Laddove l'aspettativa dovesse calare, magari a causa di una pandemia, non cala l'età pensionabile. La scala è solo verso l'alto, mai verso il basso. Il capitale finanziario viene messo al riparo da ogni inconveniente, grazie a questa clausola di garanzia. È l'intera classe lavoratrice che viene chiamata a pagare il conto.

Sono tutte ragioni più che sufficienti per rivendicare uno sciopero generale contro il governo Draghi. Uno sciopero generale vero, unitario, di massa, di tutti i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore e categoria. Le burocrazie sindacali che hanno già regalato al governo lo sblocco dei licenziamenti vogliono sventolare bandiera bianca anche sulla Legge Fornero?
Quando nel 2011 la burocrazia CGIL diede il proprio lasciapassare alla legge dietro la copertura penosa di tre ore di sciopero, Maurizio Landini, allora capo della FIOM, disse che era un errore. Cosa vuol fare ora il segretario della CGIL di fronte a un governo che considera la legge Fornero una normalità? Non si ripeta la farsa delle tre ore, o di iniziative territoriali a macchia di leopardo per salvarsi l'anima. È necessaria e urgente una mobilitazione vera, che metta sul campo la forza di milioni di salariati, per cancellare la legge Fornero. Tutti i sindacati di classe dovrebbero incalzare la CGIL mettendo la sua direzione di fronte alle proprie responsabilità. Certo se la CGIL farà ammuina, il fronte unitario di lotta andrà promosso dal basso con tutte le forze disponibili.

L'abolizione della legge Fornero, il diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro, la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, la ripartizione tra tutti del lavoro esistente attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore a parità di salario, sono parte decisiva di una piattaforma generale di lotta contro il governo e il padronato. E vanno combinati con la rivendicazione della cancellazione del debito pubblico verso il capitale finanziario e la conseguente nazionalizzazione delle banche. Solo una grande ripresa della lotta di massa su una piattaforma unificante e indipendente può ribaltare i rapporti di forza e aprire dal basso una stagione nuova. Il posto della giovane generazione è più che mai all'interno di questo fronte.

Partito Comunista dei Lavoratori