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La nostra critica alla piattaforma del 7 giugno

 


Per una liberazione della Palestina dal sionismo e dall'imperialismo! Tutti a Roma il 21 giugno!

Il PCL partecipa e aderisce alla manifestazione nazionale per Gaza del 21 giugno. Non partecipiamo alla manifestazione del 7, le cui parole d'ordine non condividiamo. Tantomeno condividiamo le posizioni delle forze politiche promotrici (PD, M5S, Sinistra Italiana, Verdi), rispetto alle quali siamo sempre stati in opposizione. Ciononostante, interverremo con un nostro volantino per criticare la piattaforma della manifestazione e allo stesso tempo per interloquire con chi sente di doversi doverosamente mobilitare contro il genocidio sionista, anche in questa occasione.


Il massacro della popolazione palestinese da parte dello stato d'Israele solleva ovunque una vasta indignazione. Per questo la manifestazione di oggi vede la presenza di tante persone giustamente sdegnate contro il terrorista criminale Netanyahu e contro Meloni. È un sentimento che facciamo nostro. Ma la piattaforma su cui il centrosinistra l'ha convocata non risponde affatto ad una esigenza di chiarezza. Al contrario. Tace ad esempio sul sostegno che tutti i governi imperialisti al mondo, per due anni, hanno assicurato ad Israele e alle sue politiche genocide, inclusi i governi di centrosinistra; come tace sul voto a favore nel Parlamento italiano alla missione militare in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, che ha visto convergere Schlein e Conte con Meloni, Salvini, Tajani. Altro che opposizione al governo!
Ma non solo.

1) La piattaforma del 7 giugno ignora la resistenza palestinese contro le truppe d'occupazione. Come se la resistenza non esistesse. Come se la resistenza a una forza militare occupante non fosse il diritto di ogni popolo oppresso. Si recita il solito bilanciamento tra la richiesta del cessate il fuoco da un lato e la liberazione degli ostaggi dall'altro, con un esercizio salomonico ipocrita: come se fosse possibile equiparare una azione di resistenza e un esercito occupante. Ciò che avalla ancora una volta l'idea per cui “tutto è iniziato il 7 ottobre” capovolgendo la verità. No, l'aggressione sionista deve finire subito e incondizionatamente, perché è parte di una oppressione coloniale, che ha cento anni di storia alle proprie spalle. Punto.

2) La piattaforma del 7 giugno si guarda dal rivendicare la rottura unilaterale dell'Italia con Israele, limitandosi a sollecitare la sospensione (perché non la fine?) dell'accordo di associazione UE-Israele. Ma sappiamo che in UE vige il criterio dell'unanimità, per cui il “sollecito” è lettera morta. Ci si deve battere invece innanzitutto in Italia, come in ogni altro paese, per la rottura di ogni relazione diplomatica, commerciale, militare con lo stato sionista. Una rottura immediata e incondizionata. I portuali del Marocco hanno bloccato con la propria azione diretta i traffici mercantili con Israele. Crediamo che il movimento operaio italiano dovrebbe riprendere questo esempio. Si scioperò a suo tempo per il Vietnam, perchè non scioperare per Gaza? Bisogna fare di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

3) La piattaforma del 7 giugno tace sulla complicità diretta dell'industria militare italiana con l'apparato militare israeliano. Si può chiedere platonicamente di sospendere (perché non cancellare?) la compravendita di armi con Israele senza chiamare con nome e cognome le responsabilità dei grandi gruppi capitalistici di casa nostra? Leonardo fornisce ad Israele gli elicotteri militari con cui mitragliare la resistenza palestinese in Cisgiordania. Perché non dirlo? Forse perché nella Fondazione Leonardo siedono ex ministri del PD con tanto di immacolato riconoscimento pubblico? Forse perché il PD si è opposto alle manifestazioni universitarie che chiedono la fine delle complicità con la macchina da guerra di Israele nel campo della ricerca? La verità è che – al pari degli altri – tutti i governi di centrosinistra per trent'anni hanno tutelato e incrementato le relazioni col sionismo. Anche quelli sostenuti dalla sinistra cosiddetta radicale, come nel caso dei due governi Prodi. Quanto a Conte, si può solo ricordare che i due governi da lui diretti non solo confermarono l'accordo militare e industriale con Israele del governo Renzi (2015) ma aumentarono le esportazioni di armi verso Israele. Altro che “pacifismo”!

4) Ma soprattutto la piattaforma del 7 giugno rimuove la questione decisiva: la prospettiva di soluzione della questione palestinese. Si chiede di riconoscere lo stato di Palestina come stato democratico e sovrano. Di grazia, dove dovrebbe sorgere concretamente questo stato? Senza una indicazione chiara su questo aspetto centrale, si resta nel regno dell'ipocrisia. Guardiamo in faccia la realtà. Gaza è occupata militarmente, coi suoi due milioni di abitanti bombardati e affamati. La Cisgiordania, coi suoi quattro milioni di palestinesi, è da tempo occupata da oltre 700000 coloni sionisti, armati sino ai denti, che ogni giorno uccidono e stuprano. Due milioni di palestinesi sono segregati in Israele, subendo discriminazione e ricatto. Altri sei milioni di palestinesi sono dispersi nei campi profughi della nazione araba, spesso tenuti dai diversi governi in una condizione umiliante.

Domanda: questo grande popolo di Palestina ha diritto oppure no a ritornare nella terra da cui fu cacciato per mano del terrorismo sionista, con la benedizione degli imperialismi (e le armi di Stalin)? Si può rispondere in modo diverso a questo interrogativo. Ma non si può rimuoverlo. La nostra risposta è sì: il popolo palestinese ha diritto a tornare nella propria terra, perché ha diritto come ogni popolo oppresso alla propria autodeterminazione nazionale.

Ma proprio questo inviolabile diritto al ritorno chiama in causa le basi giuridiche, confessionali, militari dello stato d'Israele. Uno stato coloniale, nato da un progetto coloniale, il progetto del sionismo. Un progetto reazionario respinto per lungo tempo dalla stessa maggioranza dell'ebraismo, e tuttora contestato dalla sua parte migliore nel mondo. Altro che equiparazione tra antisionismo ed antisemitismo! In tutto il mondo non c'è stata una sola mobilitazione di massa pro Palestina che abbia avuto contenuti antisemiti. Il fatto che Israele evochi questo rischio per coprire la propria azione genocida misura solamente il suo cinismo.

La verità è che senza mettere in discussione lo stato coloniale sionista non c'è possibile soluzione della questione palestinese. I famosi accordi di Oslo nel nome di “due popoli, due stati” sono stati una truffa, che ha peggiorato la condizione palestinese. Significa, questo, buttare al mare gli ebrei? Niente affatto. Significa rivendicare una Palestina unita e libera dal fiume al mare con i diritti nazionali della minoranza ebraica. Una soluzione difficile, ma l'unica soluzione reale. L'alternativa è la tragica continuità del presente.

Questo progetto di liberazione pone l'esigenza di una direzione alternativa del popolo palestinese e della sua eroica resistenza. Non la direzione della ANP, che agli stessi occhi dei palestinesi è da tempo compromessa con le forze di occupazione. Non la direzione di Hamas, che sembra interessata unicamente al progetto di un proprio regime islamista, di taglio iraniano. Ma una direzione nuova che riconduca la lotta di liberazione della Palestina a una prospettiva anticoloniale e antimperialista. Una prospettiva inevitabilmente connessa alla liberazione rivoluzionaria dell'intera nazione araba. È la prospettiva di una Palestina laica e socialista in una federazione socialista del Medio Oriente.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) è impegnata in tutto il mondo nel sostegno incondizionato al popolo palestinese e alla sua resistenza. La sezione libanese della LIS è stata ed è in prima fila nella lotta per la liberazione della Palestina. Ciò in piena coerenza con il movimento trotskista delle origini: l'unica corrente del movimento operaio internazionale che contestò alla radice il progetto coloniale del sionismo, e la nascita dello stato coloniale di Israele.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della LIS, porterà le sue posizioni nella manifestazione nazionale convocata a Roma il 21 giugno. Come abbiamo fatto in tutte le manifestazioni pro Palestina promosse dalle organizzazioni palestinesi in questi due anni... senza aspettare settantamila morti.

Partito Comunista dei Lavoratori

I palestinesi non si faranno né intimidire né comprare

La cosiddetta “soluzione per la Palestina” cucinata da Trump e Netanyahu è una provocazione per i palestinesi e la nazione araba. L'occupazione israeliana della Cisgiordania si trasforma in annessione diretta. Legittimazione definitiva degli insediamenti coloniali. Gerusalemme capitale d'Israele. Una entità palestinese senza controllo dei propri confini, senza esercito proprio, senza continuità territoriale. In conclusione un bantustan, una riserva coloniale sotto il tallone della potenza sionista. Altro che “Stato palestinese”!

L'imperialismo USA chiude così il lungo tragitto dei famosi accordi di Oslo del 1993 siglati da Clinton e Arafat. La promessa era quella di un futuro Stato palestinese nei territori di Gaza e Cisgiordania. Ad Arafat si concedeva l'amministrazione “autonoma” dei territori nella prospettiva di una futura indipendenza. Nei fatti la direzione di Al Fatah pattuiva con Israele la propria funzione di polizia nei territori occupati, in cambio di laute prebende. Tutta la sinistra internazionale applaudì all'epoca all'“accordo di pace”, incluso il neonato PRC. La parola d'ordine “due popoli due Stati” venne celebrata negli ambienti riformisti di tutto il mondo come la soluzione democratica finalmente scoperta per la Palestina; una soluzione che le stesse diplomazie imperialiste hanno a lungo recitato come un mantra.

In realtà quella promessa era semplicemente una truffa, come tale denunciata dalla sinistra palestinese e a maggior ragione dai marxisti rivoluzionari. Come potevano due minuscoli territori accerchiati da Israele rappresentare il luogo dell'autodeterminazione palestinese? Il diritto dei palestinesi a ritornare nella terra da cui furono cacciati era la prima vittima degli accordi di Oslo. La degenerazione di Al Fatah e del suo gruppo dirigente, sospinta dalla corruzione dilagante e dalla collaborazione con le forze di occupazione, fu il suo inevitabile risvolto. Hamas e il panislamismo reazionario capitalizzarono a Gaza la deriva di Al Fatah in Cisgiordania.

Ora Trump e Netanyahu forniscono agli accordi di Oslo la loro concreta traduzione politica. “Due popoli due Stati” diventano una enclave palestinese sotto la dominazione di Israele, una dominazione militare, politica, territoriale, accompagnata da una pioggia di miliardi per chi volesse vendersi. Una prigione a cielo aperto e senza vie d'uscita, benedetta dalle monarchie del Golfo. Un ultimatum provocatorio per le stesse direzioni palestinesi, alle quali si chiede semplicemente una resa definitiva e umiliante agli occhi del loro stesso popolo.

Trump e Netanyahu esibiscono la propria “soluzione” anche a fini di politica interna. Trump, oggetto di impeachment, punta alla propria rielezione a novembre. Netanyahu, sotto processo per corruzione, deve affrontare la terza competizione elettorale nel solo ultimo anno. La cancellazione della questione palestinese è solo merce di scambio nei loro calcoli cinici. Hanno scelto non a caso, per fare l'annuncio, il giorno internazionale della memoria della Shoah, per fornire al colonialismo sionista la maschera di un popolo oppresso. Come se il terribile sterminio degli ebrei da parte del mostro nazista potesse legittimare l'oppressione dei palestinesi. Come se l'ebraismo potesse essere arruolato nel sionismo.

Ma la questione palestinese non si farà cancellare da Trump. Nessuna oppressione nazionale può essere cancellata sulla carta nel momento stesso in cui è riproposta in tutta la sua brutalità materiale. Il popolo palestinese ha dimostrato nella propria storia l'eroismo di cui è capace un popolo oppresso. Non si farà né intimidire né comprare. Ma certo la provocazione dell'imperialismo e del sionismo sottrae ogni spazio alle illusioni. Il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese non troverà un proprio spazio all'ombra dello Stato di Israele, né ora né mai. Uno Stato che si regge sulla negazione del diritto al ritorno, sui privilegi confessionali, sulla potenza militare, sulla discriminazione della sua stessa minoranza araba, è incompatibile coi diritti dei palestinesi. Solo la dissoluzione dello Stato d'Israele può consentire il diritto al ritorno. Solo una sollevazione rivoluzionaria della popolazione palestinese ed araba, combinandosi con la migliore opposizione ebraica al sionismo, può dissolvere lo Stato d'Israele, aprendo la via all'unica possibile soluzione storicamente progressiva: quella di uno Stato nazionale palestinese, laico, democratico, socialista, rispettoso dei diritti nazionali della minoranza ebraica, dentro una federazione socialista della nazione araba e del Medio Oriente.

È una prospettiva terribilmente difficile, ma è l'unica reale. Ogni altra soluzione, negoziata con l'imperialismo e col sionismo, può essere solo un inganno. E dunque fonte di nuove tragedie e sofferenze.

Peraltro in larga parte del Medio Oriente e della nazione araba si è levato da tempo un vento nuovo. Le ribellioni democratiche e di massa di dieci anni fa in Tunisia, in Egitto, in Siria si sono risolte in drammatici rovesci, per responsabilità delle loro direzioni liberali e dell'imperialismo. Ma la rivoluzione ha rialzato la testa in Algeria, in Sudan, in Iraq, in Libano, mentre in Iran un nuovo movimento sfida l'oppressione del regime. Ovunque la giovane generazione si ribella alle divisioni confessionali, al dispotismo di regimi teocratici, alla presenza di forze di occupazione. Le ragioni del popolo palestinese possono dunque trovare nuove energie nelle masse oppresse della regione. Ma è necessaria una nuova direzione, all'altezza di un vero progetto di liberazione: una direzione rivoluzionaria e socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori