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No alla reazione filoimperialista in Venezuela!

L'autoproclamazione come Presidente del Venezuela da parte di Juan Guaidò - presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana - apre uno scenario nuovo nel paese. La destra venezuelana riprende la marcia della mobilitazione del 2017 per la conquista del potere, con l'appoggio immediato dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. La minaccia di un eventuale intervento militare imperialista in Venezuela, a supporto della destra interna, è esplicita. La bandiera della democrazia, quale principio guida dell'operazione, è contraddetta dalla natura stessa dei suoi promotori e dai loro scopi. I capi di Voluntad Popular e della destra venezuelana, tra cui Juan Guaidò, sono gli eredi politici dei tentativi golpisti del 2002. Hanno l'appoggio dei governi più reazionari del continente latinoamericano, a partire dal governo Bolsonaro. Hanno un programma economico-sociale ispirato agli interessi dell'imperialismo (privatizzazione integrale dei settori strategici) e della borghesia (abolizione dei sussidi sociali, vendita delle case popolari, abbattimento della spesa pubblica nel nome del libero mercato). La vittoria di questa operazione reazionaria non sarebbe né l'affermazione della “democrazia” né l'uscita del Venezuela dalla profonda crisi che l'attanaglia, ma un'ulteriore aggravamento della crisi sociale per i lavoratori e la popolazione povera a esclusivo vantaggio dei capitalisti e dell'imperialismo.

La precipitazione della crisi venezuelana è tuttavia inseparabile dal fallimento del regime chavista.
Il nazionalismo bolivariano ha cercato di stabilizzare un compromesso sociale con l'imperialismo e la borghesia venezuelana: da un lato le missiones popolari a beneficio degli strati sociali più poveri, dall'altro il pagamento del debito pubblico al capitale finanziario, i lauti indennizzi alle proprietà imperialiste “nazionalizzate”, la tutela delle banche private, la libertà di arricchimento di una borghesia affaristica e corruttrice (boliborghesia). Questo precario equilibrio sociale ha retto ai tempi dell'alto prezzo del petrolio, e ha franato irrimediabilmente col suo crollo, connesso alla crisi capitalistica mondiale. La recessione drammatica dell'economia, l'inflazione incontrollabile, la penuria dei beni di prima necessità, hanno precipitato le condizioni di vita dei lavoratori e del popolo. La caduta del consenso sociale attorno a Maduro è il riflesso di questa realtà, come lo è l'emigrazione di massa dal paese. Il governo nazionalista ha prima reagito alla propria crisi moltiplicando le concessioni ai capitalisti, irregimentando il movimento operaio, restringendo diritti e libertà sindacali (blocco delle elezioni sindacali nelle aziende e forti limitazioni del diritto di sciopero). Poi ha moltiplicato, senza successo, i tentativi di mediazione con le destre attraverso i canali della diplomazia internazionale (Zapatero) e del Vaticano. Infine è ricorso ad una soluzione bonapartista, attraverso l'elezione farlocca di una Assemblea costituente sotto controllo dell'esecutivo, e la massima concentrazione dei poteri nelle proprie mani. Ma nessuna di queste politiche ha potuto allargare la base di sostegno del governo. Al contrario, l'insieme di queste politiche ha finito col consegnare alla destra l'appoggio di strati popolari favorendo lo sviluppo delle operazioni reazionarie e filoimperialiste oggi in corso.

Non c'è soluzione possibile dalla crisi drammatica del Venezuela fuori dalla rottura col capitalismo e l'imperialismo, e dalle misure che questa rottura richiede: sospensione del pagamento del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche e del commercio con l'estero, controllo dei lavoratori sulla produzione e la distribuzione dei beni alimentari e di prima necessità. Solo uno sviluppo indipendente del movimento operaio, in contrapposizione al governo Maduro e alla reazione, può porre in agenda queste misure di svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulle strutture di autorganizzazione di massa e sulla loro forza, può realizzarle. È la prospettiva di un'alternativa socialista al nazionalismo bolivariano, basata sul potere dei consigli dei lavoratori. Fuori da questa prospettiva socialista, la crisi venezuelana continuerà ad avvitarsi con esiti drammatici sul terreno sociale e democratico per i lavoratori stessi, sia che vinca la reazione filoimperialista sotto false sembianze "democratiche", sia che il regime chavista sviluppi ulteriormente la propria spirale bonapartista dando vita a una versione venezuelana della dittatura di Ortega in Nicaragua.

Solamente l'irruzione sul campo della classe lavoratrice, con le sue ragioni di classe indipendenti, può spezzare la morsa di questo bivio mortale, e aprire dal basso una prospettiva nuova.
Ma questa prospettiva passa per la sconfitta, qui e ora, della minaccia della destra e dell'imperialismo, dei Trump e dei Bolsonaro. Per questo, con questa impostazione indipendente, il PCL parteciperà alle iniziative di mobilitazione contro le minacce dell'imperialismo in Venezuela.
25 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Ortega e la repressione in Nicaragua

Il regime nicaraguense di Daniel Ortega ha lanciato una vera e propria "operazione di pulizia" contro la resistenza popolare. L'offensiva delle forze paramilitari nicaraguensi di domenica 8 luglio ha portato al massacro di 21 persone nelle città di Diriamba e Jinotepe Carazo. Si contano ormai oltre 400 morti, migliaia di feriti, centianaia di desaparecidos. Innumerevoli in particolare i rapimenti di giovani e sindacalisti. La Chiesa cattolica, sospinta dal capitale, è scesa in campo, invitando al dialogo il governo e presentandosi come una sorta di mediatore della società civile. Ma Ortega ha definito “demoni” gli stessi ambienti della Chiesa e chiunque protesti, e ha respinto la richiesta avanzata dal clero di anticipare le elezioni: «Il nostro mandato elettorale si concluderà con le elezioni del 2021, quando ci sarà il prossimo voto» (intervista a Fox News).
Nelle piazze del paese si solleva un solo grido: “Que se vaja Ortega!”. L’ex guerrigliero è ostaggio di se stesso, insieme alla moglie, Rosaria Murillo, una sorta di regina del '700 che ha assaggiato i privilegi del lusso e del potere a cui non vuole rinunciare.
Come Partito Comunista dei Lavoratori condanniamo il regime sanguinario di Ortega. Chiediamo libertà per i prigionieri politici, giustizia per le vittime, piene libertà democratiche.
Decisiva è la prospettiva dell'opposizione popolare. Le forze della destra (Alleanza Civica per la Giustizia e Democrazia) e la gerarchia ecclesiastica cercano una soluzione di ricambio politico più indolore possibile per evitare di mettere a rischio gli interessi della classe dominante e dell'imperialismo, ben tutelati da Ortega per undici anni. Si tratta di perseguire una prospettiva opposta: quella di una soluzione classista, anticapitalista, socialista della crisi nicaraguense. Una soluzione dalla parte degli sfruttati, che rivendichi lavoro, salario, terra, e che chieda la cessazione del pagamento del debito estero, l'esproprio del capitale finanziario, la rottura col FMI. È la soluzione di un governo dei lavoratori e dei contadini poveri, basato sulle loro strutture di autorganizzazione e la loro centralizzazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Cosa accade in Nicaragua

Marxismo e campismo a confronto

31 Luglio 2018
La dinamica politica del Nicaragua ripropone l'esigenza di un'analisi marxista contro ogni lettura impressionistica, sia essa genericamente democratica, sia essa all'opposto di natura campista.

Chi presenta la vicenda nicaraguense come aggressione imperialista a un governo progressista dovrebbe fare i conti con la realtà.
Il Nicaragua sandinista non è Cuba, che ancora si regge nonostante tutto su rapporti di produzione socialisti (nonostante la natura burocratica del suo regime politico e la prospettiva di restaurazione del capitalismo). Ma non è neppure equivalente al Venezuela di Chavez e Maduro, che pur tutelando la proprietà borghese e pagando il debito estero all'imperialismo, è in qualche modo politicamente indipendente da quest'ultimo. Il regime di Daniel Ortega e Rosaria Murillo, già al suo terzo mandato consecutivo, ha governato per undici anni come garante diretto dell'imperialismo in Nicaragua; ha regalato al capitale straniero le risorse naturali del paese; ha sviluppato il progetto del canale transoceanico, direttamente dettato dal grande capitale, con effetti devastanti sulla condizione di ampi settori contadini e sulle comunità indigene; ha favorito la concentrazione della proprietà terriera; ha promosso privatizzazioni nella (modesta) industria, nei servizi, nel terziario; ha applicato le ricette del FMI in fatto di politiche di bilancio per pagare regolarmente il debito estero; ha precarizzato il lavoro e bloccato i salari.

La lunga stabilità politica del Nicaragua negli ultimi lustri - fatto eccezionale in Centro America - è stata al servizio di questa politica.


DANIEL ORTEGA AL SERVIZIO DEL FMI 

Tutto questo è talmente vero che il fatto scatenante della protesta popolare degli ultimi mesi è stata proprio l'applicazione dell'ennesima ricetta economica del FMI.

Il 17 aprile il governo Ortega varava per decreto l'aumento dei contributi di lavoratori e imprese al fondo pensionistico, assieme ad un taglio sulle pensioni. Si trattava di applicare le disposizioni del FMI sulle politiche finanziarie per mettere "in stabilità" il sistema pensionistico: le stesse misure lacrime e sangue oggi in corso in Brasile ed Argentina, e già sperimentate in forme diverse in tutto il mondo capitalista. Ma questa volta la classica goccia ha fatto traboccare il vaso. La reazione sociale è stata vasta, nelle strade e nelle piazze di tutte le principali città nicaraguensi a partire da Managua. Ha coinvolto una massa popolare multiforme, composta da popolazione povera, disoccupati, settori declassati della piccola borghesia, larga parte della gioventù studentesca. La classe operaia non ha fatto ancora irruzione diretta sulla scena. Il suo ingresso nella lotta può essere decisivo nel bilanciamento delle forze e nel segnare la dinamica della mobilitazione. In ogni caso, la mobilitazione popolare ha avuto già un impatto talmente dirompente da costringere Ortega a revocare il decreto, nella speranza di disinnescare la protesta.

Ma la revoca del decreto non ha posto termine alle proteste. La protesta sociale, incoraggiata dal primo risultato raggiunto, si è rapidamente intrecciata con la protesta politica democratica contro il regime. La repressione del governo ha ulteriormente saldato i due elementi. La repressione è stata brutale ed è in pieno corso. Ha utilizzato non solo le forze regolari di polizia ma l'apparato paramilitare delle milizie sandiniste. Quattrocento morti nelle piazze, migliaia di feriti, centinaia di desaparecidos. Assediato nel proprio bunker, Daniel Ortega si è rivelato disposto a tutto pur di preservare il potere. Un potere sempre più familista, raccolto attorno ad una cerchia cortigiana di fedelissimi, inviso ormai a parte significativa dello stesso FLSN.


IL DISEGNO DELLE DESTRE E DELLA CHIESA 

Questo scenario esplosivo ha innescato il riposizionamento politico di diversi attori, a partire dalla Confindustria nicaraguense.

La COSEP (Consiglio Superiore dell'Impresa Privata) aveva sostenuto attivamente e a lungo il governo Ortega, perché il FSLN garantiva alle politiche confindustriali una base sociale d'appoggio sicuramente invidiabile. Ma nel momento della frattura tra regime e masse, perché arrischiare le proprie fortune per legarsi alle incerte sorti di Ortega? Meglio provvedere sin che si è in tempo ad una soluzione politica alternativa - la più indolore possibile - che tuteli i propri interessi. Da qui la nuova saldatura tra COSEP e lo schieramento politico della destra (Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia) nella richiesta di elezioni politiche anticipate. Mentre la gerarchia ecclesiastica, con la benedizione di Papa Francesco, rivendica un "dialogo nazionale” per la pace (...tra le classi) che possa regalarle il ruolo di regista.

In realtà la ricerca di una soluzione negoziata o di un ricambio politico perseguono in forme diverse lo stesso obiettivo: prevenire e disinnescare una precipitazione rivoluzionaria della crisi politica e sociale che possa aprire il varco ad un'alternativa di classe. Garantire la continuità del potere dei capitalisti, degli agrari, del capitale finanziario, dall'urto destabilizzante di una insurrezione popolare.
Non è un caso se la destra sventola la sola bandiera “democratica”, senza toccare i temi sociali della mobilitazione.


PER UNA SOLUZIONE CLASSISTA, ANTICAPITALISTA, SOCIALISTA 

Si tratta allora di battersi per la prospettiva esattamente opposta.

Via le leggi di precarizzazione del lavoro, abolizione del latifondo e ripartizione della terra, rifiuto del pagamento del debito estero e suo annullamento, cancellazione di tutte le misure imposte dal FMI (a partire da pensioni, sanità, istruzione), rifiuto del Canale transoceanico imposto dalle potenze imperialiste, esproprio del capitale finanziario, nazionalizzazione del commercio con l'estero e dell'industria estrattiva, controllo generale dei lavoratori sulla produzione. Questa è l'unica via che possa dare alla mobilitazione popolare una prospettiva di alternativa vera: classista, anticapitalista, socialista. È la prospettiva di un governo dei lavoratori e dei contadini poveri, il solo governo che possa realizzare queste misure di rottura.

La popolazione povera del Nicaragua ha una tradizione rivoluzionaria alle proprie spalle.
Lo sciopero generale di 28 giorni consecutivi nel 1978 fu decisivo per innescare il rovesciamento della dittatura di Anastasio Somoza nell'anno successivo. La direzione nazionalista del FSLN - che il grosso del centrismo internazionale, inclusi i “trotskisti” del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, salutò allora come “bolscevica” - contenne in realtà la spinta di massa dentro i limiti di una economia mista rispettosa della borghesia nazionale, rifiutando apertamente la via cubana (col consenso pubblico di Fidel Castro). Così facendo si espose prima alla controrivoluzione reazionaria della Contras sostenuta dagli USA e da Israele, poi a un lungo logoramento, infine alla caduta (1990) a vantaggio delle forze imperialiste.

Nel nuovo quadro internazionale post '89, segnato dal crollo dello stalinismo e dal riflusso/involuzione degli stessi movimenti nazionalprogressisti, il FSLN ha rifondato col tempo la propria natura per trasformarsi in un normale partito borghese con influenza di massa che si candida a gestire l'alternanza di governo in Nicaragua, dentro il quadro della subordinazione all'imperialismo e a garanzia di quest'ultimo. Così, dopo quasi mezzo secolo, il Daniel Ortega “rivoluzionario” nazionalista del 1979 è divenuto il Daniel Ortega Bonaparte che impugna il crocifisso reprimendo il popolo nel sangue. Lo stesso popolo che nel 1979 lo portò al potere. L'alternativa di prospettiva storica tra rivoluzione socialista o reazione capitalista (e imperialista) ha dunque trovato anche in Nicaragua la propria conferma. Di questo ci parla il trasformismo sandinista, smentendo clamorosamente ogni illusione, vecchia e nuova.

Ma ogni popolo conserva la memoria delle proprie esperienze, seppur in forma confusa e frammentaria. Così la popolazione povera Nicaraguense. Se nel 1979 insorse contro Somoza, oggi può insorgere contro Ortega. Ma come insegna anche l'esperienza del '79, non è sufficiente il rovesciamento di un dittatore se poi si preserva il potere della borghesia. “Rifare il '79”, sollevarsi contro il nuovo regime, ma per rompere una volta per tutte, a differenza di allora, con la borghesia nazionale e con l'imperialismo: questa può e deve essere la parola d'ordine dei marxisti rivoluzionari in Nicaragua.

Lavorare ad estendere la mobilitazione popolare, a partire dal rifiuto delle ricette del FMI; rivendicare la libertà dei prigionieri politici e piene libertà democratiche; promuovere e organizzare l'irruzione in campo della classe lavoratrice, e delle sue autonome rivendicazioni; sviluppare, coordinare, centralizzare i comitati di autodifesa popolare contro la repressione; portare nella mobilitazione di massa il programma di un'alternativa di sistema, fuori e contro l'operazione truffa delle destre: questa è la via per onorare il sangue dei caduti e riscattare la memoria di quaranta anni fa.
Partito Comunista dei Lavoratori