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La lotta per l'eutanasia legale, lotta contro la burocrazia di Stato


 La Corte Costituzionale ha definito inammissibile il quesito referendario inerente l’“Abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale - omicidio del consenziente” con le seguenti motivazioni: «a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». La burocrazia vale più dei nostri diritti.


La proposta referendaria, al di là degli aspetti burocratici, aveva ed ha il pregio di slegare la questione etica del diritto alla vita dalla logica sovrastrutturale cattolica. Il quesito dava la possibilità di somministrare farmaci che avrebbero accompagnato il paziente verso una morte non dolorosa, facendo leva sulle sue volontà. Al contrario della vulgata generale diffusa dalla reazione, che va dal centro alla destra, il referendum non aveva il compito di legalizzare il “suicido”, tutt’altro. Il quesito non intaccava minimante il diritto e il dovere alla cura. Insomma, il suicidio assistito si sorreggeva sia sul consenso del paziente, sia su una specifica richiesta fatta in totale libertà fuori da qualunque pressione, e anche dal quadro clinico che ne valutava la relativa l’applicazione. Senza parere medico sul decorso delle condizioni del paziente, l’applicazione del suicidio assistito non sarebbe stata possibile.

Legalizzare tale tipo di eutanasia non solo rappresenterebbe un passo in avanti verso il progresso, sciogliendo quei residui tossici lasciati dalle visioni grottesche della Chiesa, ma significherebbe anche andare incontro al più elementare bisogno di aiuto di malati incurabili, afflitti da dolori lancinanti, come accade, ad esempio, in altri paesi come l'Olanda e il Belgio, dove questa legge viene applicata a chi ha gravi affezioni come tumori in stadio molto avanzato o malattie neurodegenerative come la SLA.

In questo nuovo scenario odierno, riportiamo la dichiarazione di Mina Welby: «Non me lo aspettavo. Dalla Corte Costituzionale mi è arrivata una stilettata al cuore. Sono senza parole e molto triste. Sto pensando a cosa poter fare, vorrei portare avanti l'eredità di mio marito perché era lui che voleva una buona legge sul fine vita» (1).
Da questa spinosa situazione non sappiamo se usciremo e quando, ma sappiamo quale strada si dovrebbe percorrere per farlo. La strada è quella del conflitto e della protesta. Nessuna legge può fare quello che il popolo esige, solo la forza dei lavoratori, degli sfruttati, può essere il vettore di questa conquista.



(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Piergiorgio_Welby

Partito Comunista dei Lavoratori

«Ti stupro!» – Il fascismo e la sua politica di annichilimento delle donne

Di recente, a Casal Bruciato, i fascisti di CasaPound hanno assediato una famiglia di etnia rom a cui era stata assegnata una casa popolare, urlando “troia”, “ti stupro” a una terrorizzata madre che teneva in braccio una ancor più terrorizzata bambina.

Questa minaccia, lo stupro, è invece stata messa concretamente in pratica da parte di due camerati di CasaPound di Viterbo, che hanno brutalizzato una donna resa incapace di difendersi all'interno della sede del partito.

Lo stupro come arma di guerra politica e sociale è una costante dell'azione politica dei fascisti, vecchi e nuovi. Non rappresenta una casualità criminale, ma una conseguenza diretta di una cultura della sottomissione e dell'oggettivizzazione femminile e di annichilimento dell'avversario politico.

Fu un atto politico lo stupro di Franca Rame, finalizzato a zittire la voce di una donna, ma prima di tutto di una comunista.
Lo stesso carattere punitivo, di genere e di classe, ebbe lo stupro nel 1975 di Rosaria Lopez e di Donatella Colasanti da parte di quattro fascisti pariolini, la prima torturata e barbaramente uccisa, la seconda sfuggita dal destino della compagna fingendosi morta.
Le due erano ragazze di borgata, appartenenti a un genere, quello femminile, e a una classe, quella proletaria, che i neofascisti ritenevano e ritengono inferiore, e che era (ed è) ammissibile annichilire, brutalizzare, sfruttare, persino uccidere.

I vigliacchi atti fascisti nei confronti delle donne che i camerati compiono oggi sono figli degli stessi atti che compivano i loro nonni del Ventennio. Sono profondamente radicati nella stessa ideologia misogina, bigotta e sessuofobica.
Durante il fascismo la donna veniva considerata solo ed esclusivamente nella misura in cui svolgeva una funzione utile all'uomo e al regime. Era innanzitutto una fattrice, un'incubatrice di giovani virgulti italici. Ieri Mussolini premiava le donne che partorivano molti figli per la patria, e oggi i neofascisti di Forza Nuova propongono il reddito per le madri.

In questa filosofia di sfruttamento individuale e statale del corpo femminile, gioca(va) un ruolo fondamentale anche la chiesa cattolica, che da sempre e con ampia documentazione teologica afferma che la donna è un essere inferiore, non finito, un uomo malriuscito (San Tommaso, San Paolo).

Va da sé che, non potendo aggirare il dato biologico che sono le donne a fare figli, tale capacità riproduttiva vada strettamente normata, togliendo alle donne qualsiasi controllo sul proprio corpo, che è corpo di servizio al regime. Nessuna contraccezione, nessun accesso all’aborto, nessuna possibilità di autodeterminazione di sorta.
La donna fascista è prima di tutto madre. Chi devia da questo ruolo – per scelta o per impossibilità – o chi si ribella, è spesso marginalizzata, quando non addirittura internata in manicomio o resa inoffensiva (come avvenne a Ida Dalser, che ebbe il figlio illegittimo del Duce, Benito Albino, entrambi internati e morti in manicomio).

L'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, istituita nel 1925, rese subito evidente che quest'organo non tutelava la donna in quanto tale, ma tutelava la sua funzione riproduttiva. Infatti nel testo viene definita “madre”, non donna. Al di fuori della donna-mater, la donna serviva a poco nel fascismo.
Anzi. Un altro utilizzo che il camerata poteva fare del corpo della donna era quello ricreativo, a cui aveva sempre e comunque diritto. Le case chiuse del periodo mussoliniano, di cui oggi non a caso la destra invoca la riapertura, costituiscono un esempio lampante: la prostituta è il necessario contraltare alla moglie per il camerata. Nessuna delle due è un individuo riconosciuto ed entrambe hanno funzioni diverse e complementari per il pater familias. Un concetto ribadito persino dall’attuale ministro dell’Interno.

Il lavoro è un altro punto dolente per i vecchi e nuovi fascisti. Essendo il lavoro, e quindi l'autonomia economica, la strada principale e privilegiata per l’autodeterminazione della donna, i fascisti vecchi e nuovi lo avversano e fanno di tutto per renderlo inaccessibile. La difesa della famiglia tanto sbandierata dai neofascisti è subordinata a una condizione ferrea: che la donna non lavori.
La mancanza di indipendenza economica è la ragione strutturale per cui tante donne ancora oggi rimangono in contesti famigliari violenti, spesso fino a perdere la vita.
La prima mossa del vecchio fascismo in questo senso fu precludere alle donne l'istruzione, sia come docenti sia come studentesse. Nel 1926 alle donne venne attivamente impedito di insegnare materie scientifiche negli istituti superiori. Rimasero solo a fare le maestrine dal braccio alzato.
Nel 1938 il fascismo emanò una legge per limitare la percentuale massima di donne impiegate negli uffici pubblici e nelle ditte private a un massimo del 10% della forza lavoro.

Il capitalismo, di cui il fascismo è espressione più platealmente violenta, sta perseguendo lo stesso obiettivo oggi come allora: con precarietà, flessibilità e attacchi ai diritti dei lavoratori e lavoratrici e alla maternità, si stanno spingendo le donne sempre di più dentro casa. Nel meridione due donne su tre non lavorano. I tassi di abbandono del lavoro in seguito alla maternità sono inquietanti. L’attacco ai servizi e al welfare dei governi di ogni colore persegue lo stesso obiettivo: costringere le donne a scegliere la famiglia, ricacciandole nella passività e controllandone la vita riproduttiva.

Ma torniamo ai nostri camerati odierni, che promettono lo stupro e lo mantengono. Non possiamo stupirci. A legalizzare lo stupro fu proprio il Duce, con il nuovo Codice penale del 1930, che sanciva il matrimonio riparatore. Donne, maggiorenni e minorenni, potevano essere tranquillamente stuprate; si risolveva tutto sposandole. Il fascismo condannava quindi le donne non solo a subire violenza, ma a convivere con il proprio stupratore per tutta la vita. Persino l'incesto venne considerato un delitto contro la morale, e non contro la persona.
Il Codice penale del 1930 regalava agli uomini altri ameni diritti, come il delitto d'onore, per cui in uno stato d'ira era giustificabile uccidere una donna che avesse disonorato un uomo con la sua condotta, fosse egli padre, marito o fratello. Chiaramente a sessi inversi tutto questo non funzionava. La legge parlava chiaro. Altrettanto chiaramente il giudizio sull’eventuale “disonore” spettava a una giuria di uomini.
L'impunità che di fatto si garantiva a chi uccideva una donna era un'arma di oppressione straordinaria, un ricatto costante: qualsiasi donna che non avesse rispettato la volontà dell'uomo che la comandava rischiava ogni giorno la vita, e il suo assassino aveva l'impunità garantita. Una vita di sopraffazione giornaliera. Il delitto d'onore sanciva l'inferiorità della donna anche per la giurisprudenza.

Abbiamo dovuto attendere il 1981 per abrogare queste leggi vergogna. Perché anche alla neonata Repubblica borghese facevano comodo.

Quello fascista era un vero e proprio sistema oppressivo, violento e assassino, che si concretizzava in tutti gli aspetti della vita femminile. In questo contesto si inserisce lo stupro come arma di guerra utilizzato nelle colonie, con l'istituzione del madamato, dello stupro sistematico delle partigiane e delle donne combattenti.
Ancora negli anni Settanta, incalzato da Elvira Banotti, un esterrefatto Montanelli difendeva l’abuso verso il suo «animalino docile», ossia la bambina di dodici anni comprata e violentata quando era militare in Abissinia.
Nella campagna di Libia, a donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati. Giovani indigene furono violentate e sodomizzate (ad alcune infisse candele nella vagina e nel retto). Una tattica di guerra che i fascisti vecchi e nuovi applicano agli oppositori politici, alle minoranze, ai bersagli del loro odio.

La barbarie dei fascisti, di ieri di oggi, si radica nella vigliaccheria che questi dimostrano verso chi ritengono inferiori. Le donne hanno l'aggravante, agli occhi dei fascisti, di detenere il potere della maternità, un aspetto che è assolutamente necessario controllare per chi non riesce a rapportarsi da pari con gli altri. L’oppressione di genere si arricchisce di un aspetto aggiuntivo rispetto all’oppressione razzista, coloniale e politica: quello sessuale.

La sostituzione etnica di cui vaneggiano i fascisti, e le conseguenti iniziative per il sostegno alla maternità (ovviamente italica), è appunto il terrore della contaminazione, il razzismo che incontra il sessismo.
Si tratta di un’espressione terribile del proprio senso di inferiorità biologica, psicologica e sociale. Lo stupro, anche quando è privo di connotati politici (se mai lo fosse) è sempre una questione di potere, la pulsione sessuale dello stupratore non c’entra nulla.
Lo stupro, nel caso dei fascisti, è assunto a programma politico, a strumento di controllo, a prassi militante.
Se il fascismo si è fregiato dell’ambizione di costruire un uomo “nuovo”, un superuomo nietzschiano animato da un’inarrestabile volontà di potenza, la donna “nuova” costruita e immaginata dal fascismo è terribilmente vecchia, non moderna, medioevale.
Tale concezione della donna, sostanzialmente sovrapponibile a quella fondamentalista cattolica, non è altro che uno specchio che rovescia e rivela che, in realtà, questa virile volontà di potenza, concretizzata nella violenza sessuale e nella prevaricazione di classe, non è altro che la più plateale dimostrazione di impotenza.

Wilhelm Reich ha giustamente colto tutto il potenziale della repressione sessuale come strumento di controllo sociale in Psicologia di massa del fascismo:

«Se esaminiamo la storia della repressione sessuale e l'origine della rimozione sessuale constatiamo che essa non ha inizio all'origine dello sviluppo culturale, e che quindi non è la premessa per lo sviluppo culturale, ma cominciò a formarsi solo relativamente tardi insieme al patriarcato autoritario e all'inizio della divisione in classi della società. Gli interessi sessuali di tutti cominciano ad entrare al servizio degli interessi di profitto economico di una minoranza; sotto la forma del matrimonio e della famiglia patriarcali questo dato di fatto ha assunto una precisa forma organizzativa. Con la limitazione e la repressione della sessualità i sentimenti umani subiscono una trasformazione, nasce una religione sessuo-negativa e gradualmente costruisce una propria organizzazione sessuo-politica, la chiesa con tutti i suoi precursori, il cui obiettivo è soltanto quello di annientare il piacere sessuale degli uomini e quindi anche quel briciolo di felicità su questa terra. Tutto questo ha un preciso significato sociologico in rapporto con l'ormai fiorente sfruttamento della forza lavorativa umana. […] L'uomo educato e formato autoritariamente non conosce le leggi naturali della autoregolazione, non ha alcuna fiducia in se stesso; ha paura della propria sessualità perché non ha mai imparato a viverla naturalmente. Egli declina quindi ogni responsabilità per le proprie azioni e le proprie decisioni e chiede di essere diretto e guidato […] Il fascismo ideologicamente è la ribellione di una società malata mortalmente sia sul piano sessuale che economico contro le dolorose ma decise tendenze del pensiero rivoluzionario verso la libertà sessuale ed economica, una libertà al solo pensiero della quale l'uomo reazionario viene assalito da una paura mortale.»

Come combattere quindi un esercito di brutali scimmie represse, incapaci di vedere la propria disumanizzazione, impotenti e balbettanti, sempre alla ricerca freudiana di un padre a cui dimostrare la propria virilità? (Non a caso uno degli stupratori di Viterbo inviò proprio al padre il video dello stupro, dimostrazione all’autorità superiore delle sue prodezze fasciste).

Non è possibile una rieducazione. Non è sufficiente una battaglia culturale. Le radici di comportamenti apparentemente sporadici affondano in un sistema sociale completamente marcio, che va abbattuto, cancellato e ricostruito.
Lo stupro è espressione di potere di un genere sull’altro, di una classe sull’altra, dello sfruttatore sullo sfruttato.
Non è pensabile tagliare qualche ramo del sistema capitalistico e aspettarsi che smetta di produrre questi frutti maleodoranti.
Capitalismo, sfruttamento e fascismo vanno sradicati con la rivoluzione socialista. Altra strada non esiste.





* Gustavo Ottolenghi, Gli Italiani e il colonialismo. I campi di detenzione italiani in Africa, Milano, SugarCo, 1997, pp. 60 in poi.
MG

Fuori gli integralisti cattolici dagli ospedali e dal corpo delle donne!

L’obiezione di coscienza ginecologica va abolita!

L’obiezione di coscienza ginecologica è una pratica criminale e assassina e va abolita, come vanno licenziati da tutte le strutture pubbliche coloro che la praticano. Possono benissimo fare sfoggio della propria coscienza negli istituti privati religiosi, sulle povere persone che pagando decidono di affidarvisi.

Il personale obiettore, negli ospedali statali, non deve esistere. Chi viene retribuito dallo stato italiano deve erogare le prestazioni garantite per legge, altrimenti esercita altrove.

Non è ammissibile che il personale integralista cattolico possa negare alle donne il diritto alla contraccezione, all’aborto, alla salute e anche alla vita.

Non solo la legge 194 va applicata in tutte le sue parti, ma va abolito l’articolo 9, cancellando la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. Perché, anche se recita: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”, questo paragrafo viene costantemente disatteso.

Come viene disatteso nei fatti il paragrafo successivo: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.”

Il personale non si muove, e l’interruzione di gravidanza non viene garantita, in violazione costante, ripetuta, decennale della legge e dei diritti delle donne.

Il diritto all’aborto in Italia è costantemente negato e calpestato da fanatici religiosi per cui la donna è un sottoprodotto della creazione divina facilmente sacrificabile. Lo si sacrifica in ogni aspetto della sua vita, sancendo a ogni passo la sua inferiorità e subalternità. Lo si infanga, umilia e calpesta in famiglia, in società, sul lavoro. La donna è una minus habens, non finita, che serve unicamente laddove è in grado di fungere da incubatrice del seme maschile, da fattrice, da bestia da soma per i compiti di cura e lavoro. Nella cultura cattolica la donna vale meno di un animale da soma. I cattolici rispettano la vita solo quando questa rappresenta un terreno fecondo per esercitare il proprio potere; laddove da questa crociata non possono trarre alcun vantaggio per sé, la vita cessa improvvisamente di essere sacra, anzi diviene facilmente sacrificabile: si considera sacro un grumo di cellule, ma si può tranquillamente fare morire la donna che lo ospita. La capacità e libertà del singolo di disporre della propria vita e salute, come nel fine vita, è inammissibile, perché priverebbe ogni religione del proprio potere.

La nuova crociata di quell’antica metastasi sociale che è la religione non è più combattuta con scudi e alabarde, ma è ugualmente sanguinosa e letale. Non si tratta di una battaglia meramente culturale e filosofica relegata al “mondo delle idee”: le ricadute dell’offensiva religiosa nella vita delle donne sono terribilmente concrete e quotidiane.

Si concretizza nella lotta incessante per la negazione dei diritti della persona, che siano famigliari, sessuali, riproduttivi e persino lavorativi (sì, secondo la religione cattolica “arricchirsi è onorevole” e i datori di lavoro sono emanazione dell’autorità divina, ma questo è un altro affascinante argomento ).

Il diritto all’aborto non è solo il diritto di scegliere quando fare figli, come gestire la propria sessualità e riproduzione. È anche una questione di salute. Di salute e quindi di vita o di morte.

Perché di obiezione di coscienza si muore.

È difficile scordare il caso di Valentina Milluzzo, morta il 16 ottobre 2016 per setticemia, dopo un’agonia durata 24 ore, perché il medico obiettore avrebbe rifiutato di svolgere l’aborto d’urgenza causa la presenza di battito nei due gemelli che la donna aveva in grembo, come immediatamente dichiarato dal marito. Il medico si era infatti esplicitamente avvalso dell’obiezione: «Lo ha detto a me, a me personalmente. Erano le 8 di sera, mia moglie urlava dal dolore da quasi dodici ore. Quando ho chiesto al medico di aiutarla, di fare qualcosa, mi ha risposto: “Sono un obiettore di coscienza. Non posso intervenire fino a quando c’è un battito di vita”».

Gli ispettori inviati dal ministero, senza sentire i famigliari della vittima, scagionarono subito il personale obiettore. In realtà, come affermato dal legale della famiglia si tratta di una versione unilaterale, che contraddice persino gli esiti dell’autopsia svolta su Valentina, che recita:
“mancato tempestivo riconoscimento della sepsi; mancata instaurazione tempestiva di antibioticoterapia efficace; mancata raccolta di campioni per gli esami microbiologici; mancata tempestiva rimozione della fonte d’infezione (feti e placenta); mancata somministrazione di unità di emazie lavate durante l’intervento del 16 ottobre 2016”(http://www.noidonne.org/articoli/caso-valentina-milluzzo-rivelati-i-risultati-dellautopsia-08051.php).

La vicenda di Valentina viene ricostruita in dettaglio anche da un ginecologo e un avvocato, in una lettera (guardacaso non pubblicata) all’Irish Times del 9 giugno 2017.
Eccola.

Contestiamo la lettera male informata (5 giugno, L’Italia e l’aborto) del Dr. Angelo Bottone dell’Istituto Iona, una organizzazione cattolica conservatrice. Sostiene che il caso della donna italiana morta durante la gravidanza non è dovuto al fatto che le è stata rifiutata una interruzione di gravidanza.
Noi (un ginecologo ed un avvocato) abbiamo seguito il caso di Valentina Miluzzo, la donna alla diciannovesima settimana di gravidanza che è morte a causa di una sepsi il 16 ottobre 2016 a Catania, in Italia, e siamo in contatto con la sua famiglia. In realtà la morte di Valentina è terribilmente simile a quella di Savita Halappanavar*, la dentista incinta lasciata morire in un ospedale irlandese 5 anni fa.
Nella storia di Valentina la successione degli eventi, le evidenze mediche ed i testimoni, tutto contraddice la conclusione delle “indagini” condotte dalle autorità. In realtà i medici di valentina si sono appellati all’obiezione di coscienza ed in nome di questa hanno rifiutato di effettuare l’interruzione di gravidanza che la situazione medica richiedeva. È morta perché l’esecuzione del protocollo standard per situazioni come quella in cui si trovava è stata ritardata finché non è stato troppo tardi per salvarla.
Valentina era in ospedale da due settimane in seguito ad una minaccia di aborto per la sua gravidanza gemellare. I medici si sono rifiutati di intervenire anche dopo che uno dei due gemelli era già morto, perfino dopo che si era sviluppata in modo totalmente prevedibile la sepsi 12 ore prima della morte. Un medico ha affermato che “il cuore di uno dei feti sta ancora battendo” anche se la gravidanza era destinata a finire con una interruzione comunque.
La sepsi è una infezione molto rapida e potenzialmente fatale che deve essere prevenuta, non curata come se la vita di un feto fosse più importante della vita di una donna. Se inizia una sepsi, un medico ha pochi minuti per agire, non può aspettare ore. Per dei medici è stato un atto inconcepibile permettere che la salute di Valentina si deteriorasse finché la sua vita non si è trovata in pericolo imminente. Ha passato molte ore in agonia mentre la sepsi distruggeva i suoi organi interni, il tutto senza terapia nemmeno contro il dolore e senza nessuna attenzione medica perché i medici sminuivano il suo dolore parlando di una colica renale oppure classificandolo come dovuto al parto.
Il fatto stesso che Valentina sia morta è la prova innegabile che l’interruzione di gravidanza è stata eseguita troppo tardi. Inoltre dimostra che in queste situazioni la decisione di effettuare una interruzione di gravidanza solo quando la vita della donna è in pericolo non ha senso, perché un medico non può essere assolutamente certo che la donna sia in pericolo di vita finché la paziente non muore.
L’obiezione di coscienza in realtà contravviene alla legge giocando con la vita delle donne, esattamente la stessa cosa che è successa nel caso di Savita. È stata proprio la “coscienza” dei medici che ha ucciso Valentina.

Christian Fiala MD, PhD, Gynmed Clinic, Vienna, Austria
Joyce Arthur, Executive Director, Abortion Rights Coalition of Canada, Vancouver BC**

Di obiezione di coscienza si muore. Così come di femminicidio. E si vive soffrendo stupri, violenze fisiche, verbali, psicologiche, discriminazioni, povertà.

Ma non sono fenomeni “collaterali”, non sono “tragedie”, “sfortune”, casualità. Sono deliberati atti di guerra dell’oppressore sull’oppresso, sono offensive pianificate e portate avanti dagli oppressori del patriarcato e del capitale sulle donne e sugli sfruttati. L’integralismo cattolico non è mai stato espulso dalla struttura dello stato italiano, anzi ne permea i gangli vitali. Diffondersi come un cancro nella struttura statale per obbligare gli altri, le donne in questo caso, a vivere (o morire) secondo i propri precetti religiosi. Lo rivendicano alla luce del sole (https://www.fanpage.it/adinolfi-il-mio-sogno-il-100-di-obiettori-di-coscienza-sull-aborto/).

E allora occorre che le donne prendano coscienza che tutto ciò che subiscono giornalmente non è casuale, è una strategia di attacco ben precisa, con mandanti ed esecutori, a cui bisogna rispondere con un’offensiva uguale e contraria.

La crescita esponenziale di forze beceramente maschiliste, razziste e integraliste alle ultime elezioni (e il M5S non fa eccezione) lascia intravvedere un futuro a tinte fosche per le donne.

Per quanto ancora ci ammazzeranno dentro casa, dentro gli ospedali, fuori dagli asili, sul posto di lavoro, prima di indurci a reagire?


* https://en.wikipedia.org/wiki/Death_of_Savita_Halappanavar 
**da Elisabetta Canitano
Collettivo Femminista Rivoluzionario