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Le contraddizioni del mercato mondiale. Il cinismo del profitto capitalista

11 Luglio 2023

È universalmente noto che i gruppi capitalistici d'Occidente e i rispettivi Stati di riferimento sgomitano tra loro per spartirsi la futura ricostruzione dell'Ucraina. È meno noto il loro coinvolgimento nella guerra d'invasione russa contro l'Ucraina. Il caso dell'ENI, da noi riportato, è tutt'altro che un caso isolato. Un'inchiesta di Le Monde (18 giugno) documenta la produzione e il rifornimento di materiale elettronico da parte di grandi aziende occidentali alla macchina bellica della Russia. Ad esempio la franco-italiana STMicroelectronics e l'americana Intel.

Non si tratta di rifornimenti marginali o accessori, ma determinanti. Soprattutto nella individuazione degli obiettivi da colpire e bombardare. Il raddoppio annunciato della produzione annua di missili da parte della Russia – dai 512 del 2022 ai 1061 del 2023 – si appoggia sul materiale elettronico di provenienza occidentale. Persino l'accumulo di stock di materiale bellico nei tre anni che hanno preceduto l'invasione dell'Ucraina ha fatto tesoro dell'elettronica occidentale.

Le stesse sanzioni successive degli imperialismi NATO hanno avuto effetti estremamente parziali. L'effetto principale è quello di aver allargato enormemente l'importazione dei semiconduttori dalla Cina, che oggi coprono l'85% del settore contro il 33% del 2022. Ma gli stessi semiconduttori di provenienza cinese non sono nella loro maggioranza prodotti in Cina, bensì nei paesi NATO o nei loro alleati. I cinesi fanno da intermediari nelle triangolazioni.

La verità è che gli Stati imperialisti si scontrano con l'anarchia del mercato mondiale. La franco-italiana STMicroeletronics racconta a Le Monde che dispone di duecentomila clienti e di migliaia di partner azionari in giro per il mondo, e non può occuparsi di controllare i destinatari finali dei propri prodotti elettronici. L'azienda assicura di non aver contratti tecnologici e finanziari diretti con la Russia, ma di non sapere dove finiscono i componenti prodotti. Se finiscono nei missili russi che bombardano le città ucraine, pace all'anima loro. È la libertà del commercio mondiale.

La campagna di sanzioni occidentali alla Russia si è rivelata anche per questo fallimentare. L'unico effetto certo è stato ed è quello di alimentare lo sciovinismo grande-russo, quindi il consenso in Russia alla guerra contro l' Ucraina, rappresentata da Putin come guerra di difesa dall'Occidente collettivo. Una rappresentazione grottesca sotto ogni profilo e al tempo stesso proficua sul proprio fronte interno. Una rappresentazione spesso aiutata dal nazionalismo russofobo del governo ucraino.

La nostra difesa dell'Ucraina dall'invasione russa muove da un'angolazione di classe indipendente, quella che rivendica le ragioni del proletariato internazionale, e di ogni popolo oppresso, contro tutti gli imperialismi e tutte le loro guerre. Quella che ricerca una relazione fraterna tra lavoratori ucraini e lavoratori russi, tra i lavoratori del paese invaso e i lavoratori dell'imperialismo invasore. Contro la guerra dell'imperialismo russo, in piena autonomia politica dagli imperialismi NATO. Contro ipocrisia delle loro sanzioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

41 miliardi di profitti in Borsa. Prodotti dagli operai, intascati dai padroni

Mentre i salari perdono potere d'acquisto salgono i profitti di Borsa, anche quando scende il valore delle azioni. Nell'anno in cui la Borsa di Milano perde il 13,5% le aziende quotate si avviano a realizzare 41 miliardi di profitti. Tra il 2017 e il 2018, al netto del settore finanziario (banche), il monte utile sale da 19,6 a 24,3 miliardi di utile, nonostante i cali della Borsa. La STMicroelettronics ha perso da inizio anno il 34% in termini di valore dei titoli, ma ha quintuplicato i propri profitti. La CNH Industrial ha perso in valore il 28,9% ma ha triplicato i profitti. La Pirelli ha perso il 18% ma ha triplicato i profitti. Sono i dati forniti dal quotidiano di Confindustria del 16 dicembre.

Come si spiega questo divario? Se le aziende perdono valore patrimoniale i profitti non dovrebbero calare? Invece no, e la spiegazione è semplice: aumenta lo sfruttamento del lavoro.

Da un lato le incertezze della situazione politica, il rischio guerre commerciali, il brusco calo del settore tecnologico a Wall Street hanno disincentivato gli investimenti azionari sul mercato finanziario, provocando le perdite dei titoli. Ma dall'altro lato, le stesse aziende compensano le perdite con l'incremento della pressione sul lavoro: ritmi infernali nelle fabbriche, cancellazione di diritti, precariato dilagante. In una parola: umiliazione del lavoro a vantaggio dei dividendi degli azionisti. È la realtà del capitalismo, tanto più in una stagione di crisi.

Il punto allora non è l'ingiusta ripartizione della ricchezza, come dicono i sociologi liberalprogressisti. Il punto è che la ricchezza degli uni (i capitalisti) è finanziata dalla miseria degli altri (i lavoratori e le lavoratrici). 41 miliardi prodotti dai salariati ma intascati dai loro padroni. 41 miliardi di profitti che il governo SalviMaio vuole ulteriormente detassare, nel mentre svuota le elemosine su reddito e pensioni per rassicurare il capitale finanziario, lo stesso che investe nei titoli di Stato per ingrassare con gli interessi - in crescita - pagati ancora una volta... dai lavoratori.

La verità è che il "governo del cambiamento" è solo un governo del cambianiente.
Soltanto la ribellione di 17 milioni di salariati può cambiare le carte in tavola.
16 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori