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Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l'economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana. L'immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus. Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo '900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime). Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt'altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.
Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria. Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell'1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l'effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale. Vi sono stati e vi sono paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d'occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell'Africa subsahariana dove nel solo 2001 l'AIDS fece oltre due milioni di morti. Solo per dare l'ordine delle proporzioni.
Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio. Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell'Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920. Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull'economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l'emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell'austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all'industria farmaceutica; alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto nelle zone interessate dal contagio a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).
Nulla più del coronavirus rende evidente l'irrazionalità della società borghese. Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell'acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro). In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l'ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.
Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un'emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l'emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori

Genova. La vita e il profitto

Di cosa ci parla il crollo del ponte

15 Agosto 2018
 Il crollo del ponte di Genova non è un disgraziato incidente. L'unica cattiva sorte è quella che riguarda ogni vittima di questa tragedia. Il crollo di Genova è la cartina di tornasole del degrado generale delle opere pubbliche in Italia (e non solo) ad affidamento privato. È uno dei riflessi della società capitalista, dove domina il profitto, non la vita.
Ventisette concessionari, con in testa Autostrade per l'Italia (Aspi), gestiscono la rete autostradale. La grande famiglia dei Benetton, attraverso il controllo di Atlantia, ha il controllo di Aspi. I suoi profitti sono saliti verticalmente in questi anni, anche grazie all'aumento dei pedaggi: nel solo 2017 un utile di 2,4 miliardi su un ricavo complessivo di 3,9 miliardi. Un tasso di profitto superiore al 50%! In compenso, nello stesso arco di tempo, gli investimenti di Aspi in Italia sono crollati (da 718 milioni a 556 milioni), e migliaia di posti di lavoro (casellanti) sono stati distrutti. Però il gruppo Atlantia ha fatto affari in giro per il mondo: con gli stessi soldi risparmiati sulla manutenzione e accumulati coi pedaggi ha comprato l'aeroporto di Nizza, la società di controllo delle autostrade spagnole (Abertis), parte del gruppo societario che gestisce l'Eurotunnel. Ottimi affari privati, concessi dai poteri pubblici.
Concessi. Lo Stato potrebbe ricavare dalla gestione pubblica delle autostrade importanti risorse da investire ad esempio in manutenzione; invece ha privatizzato la rete autostradale vent'anni fa per offrire ai privati una ricca torta. Il centrosinistra di governo fu regista dell'operazione; la famiglia Benetton era ed è non a caso tra i suoi tradizionali supporter.

Ma non solo. Lo Stato ha assicurato ai Benetton e a tutti i concessionari privati accordi segreti, cioè accordi sottratti all'opinione pubblica e al suo controllo, senza che nessuno muovesse scandalo. Ha rinunciato a gestire in proprio l'intera attività di monitoraggio sulla tenuta della rete autostradale, affidandola in toto ai privati, che l'hanno pretesa come parte integrante della concessione. Infatti né gli enti locali né lo Stato intervengono in questo campo con propri tecnici e specialisti, gli unici tecnici sono quelli pagati da Autostrade per l'Italia. Dunque lo Stato ha messo la vita nelle mani del profitto in termini strettamente tecnici, non solo economici. Il crollo di Genova ci parla anche di questo.

Dopo la tragedia, l'intera stampa nazionale si straccia come sempre le vesti. Corriere, Repubblica, La Stampa, persino Il Sole 24 ore, tutti i campioni delle privatizzazioni nel nome del libero mercato e del progresso piangono lacrime di coccodrillo. “Tutti sapevano” (Corriere), “Stato di degrado delle nostre opere pubbliche” (La Repubblica), “Urgente piano di monitoraggio nazionale” (Il Sole). Ma dove stavano tutti questi soloni del pubblico interesse quando i governi da loro sostenuti affidavano ai Benetton le autostrade? Dalla parte dei Benetton, naturalmente, come di tutti i grandi azionisti. Se oggi recitano commozione e sdegno è solo perché devono vendere copie, in concorrenza tra loro, sul mercato dell'informazione. Perché anche l'informazione, come tutto, è mercato nella società borghese.

Non meno ipocriti sono i vertici del nuovo governo giallo-verde.
Salvini, Toninelli, Conte hanno fatto a gara nel promettere la punizione dei colpevoli, la revoca delle concessioni ad Autostrade, «un grande piano di monitoraggio e manutenzione dell'intero patrimonio pubblico nazionale» (Toninelli). Bene, bravi, bis. Lo stesso M5S che nel 2013 difendeva le rassicurazioni della società Autostrade sul fatto che “il ponte Morandi durerà altri cento anni” ora revoca la concessione ad Autostrade perché inaffidabile? Possibile. Tutto e il contrario di tutto pur di incassare voti, questa è da sempre la cifra del grillismo. A proposito di inaffidabilità.
Ma per il “grande piano” di Toninelli? Per un grande piano come quello promesso occorrono diverse centinaia di miliardi. Li possono trovare quelli che si impegnano a concedere alle grandi ricchezze il più grande regalo fiscale del dopoguerra, cioè flat tax più condono?

Di più. Nello stesso giorno in cui l'ex carabiniere Toninelli proclama il suo piano a reti unificate, il sottosegretario a Palazzo Chigi Stefano Buffagni, grande emergente del M5S, promette solennemente, sul quotidiano di Confindustria, che “l'Italia non tradirà i creditori”. «Questo governo non ha alcuna intenzione di disattendere gli impegni presi coi creditori del Paese», dichiara Buffagni (Il Sole 24 ore, 15 agosto). Inoltre rivendica come medaglia nazionale l'avanzo primario migliore d'Europa. Ma l'avanzo primario migliore d'Europa è solo la misura dei risparmi pubblici (manutenzione inclusa) al netto del pagamento degli interessi sul debito. E gli impegni presi coi creditori sono l'impegno a continuare a pagare alle banche il debito pubblico con tanto di interessi (70-80 miliardi annui, oltretutto in crescita) e la riduzione progressiva del debito attraverso il suo pagamento. Come? Anche con «nuove privatizzazioni», assicura l'ultima nota congiunta fra Tria, Di Maio e Salvini, per rassicurare i mercati.
Sarebbe questo il governo del cambiamento? Da un lato promette la revoca della concessione ai Benetton - con l'occhio al pallottoliere elettorale, dall'altro assicura nuove privatizzazioni per pagare il debito alle banche e detassare i profitti?

La verità è che tutti i governi borghesi, giallo-verde incluso, amministrano le regole del gioco dettate dal profitto; e le regole del profitto sono quelle che producono il crollo di opere pubbliche, che trasformano i terremoti in ecatombi, che causano il dissesto idrogeologico di gran parte del territorio.

Per realizzare una svolta vera occorre rovesciare la dittatura del profitto.
Recuperare il controllo pubblico sulle opere sociali, sulla viabilità, sui mezzi di trasporto. Revocare tutte le concessioni ai privati (non solo ai Benetton) in fatto di autostrade e strade. Nazionalizzare la grande industria edilizia e del cemento, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, a garanzia della sicurezza pubblica. Investire un grande volume di risorse pubbliche per monitoraggio, manutenzione, ricostruzione di buona parte della rete autostradale e non, ricavando tali risorse nell'unico modo possibile: abolendo il debito pubblico verso le banche, e dunque nazionalizzandole sotto controllo sociale; e imponendo una tassazione progressiva sui grandi patrimoni, profitti, rendite, che hanno lucrato per decenni sullo sfruttamento dei salariati e sul saccheggio del territorio.

È un programma esattamente opposto a quello di Salvini e Di Maio, come a quello di tutti i governi precedenti. È un programma che solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione, potrà realizzare.
Fuori da questa prospettiva, c'è spazio solo per l'inganno. E per i morti.
Partito Comunista dei Lavoratori